Sabato 12 settembre 2026, dalle ore 15.00 alle 19.00 MUFANT – Museo del Fantastico e della Fantascienza Piazza Riccardo Valla 5, Torino
L’8 settembre 1966 Star Trek appariva per la prima volta sugli schermi televisivi statunitensi. Cominciava così un viaggio destinato a cambiare per sempre il nostro modo di immaginare il futuro.
Nel sessantesimo anniversario della Serie Classica, il MUFANT, in collaborazione con il gruppo Star Trek Torino e con la collezionista Stefanie Gröner, rinnova la sala espositiva dedicata all’universo fantascientifico nato dalla visione di Gene Roddenberry.
Sabato 12 settembre inaugura “Star Trek 60”, un nuovo allestimento che celebra sessant’anni di mondi lontani, incontri con l’ignoto, nuove forme di vita e nuove civiltà, continuando a spingersi là dove nessun uomo è mai giunto prima.
Perché Star Trek non ci ha insegnato soltanto a guardare le stelle: ci ha insegnato a immaginare che cosa potremmo diventare.
Il viaggio continua.
Spazio, ultima frontiera…
L’INAUGURAZIONE
Trasmesso per la prima volta negli Stati Uniti l’8 settembre 1966, Star Trek, successivamente identificato come The Original Series, presentò al pubblico l’equipaggio della USS Enterprise, guidato dal capitano James T. Kirk.
La sua missione non era conquistare nuovi pianeti, ma esplorare lo spazio, incontrare altre forme di vita e conoscere civiltà sconosciute. Una prospettiva innovativa, attraverso la quale la serie affrontò temi come il rapporto con l’altro, la convivenza tra culture diverse, il progresso scientifico, la pace e il futuro dell’umanità.
Nel corso del pomeriggio, ospiti ed esperti approfondiranno il fenomeno Star Trek mettendolo in relazione con i programmi spaziali degli anni Sessanta e con la creatività dei fan, capace di trasformare una grande passione collettiva in nuove produzioni artistiche e cinematografiche. Un particolare focus sarà dedicato al tema della rappresentazione della flora aliena nella serie in linea con la nuova progettualità annuale del museo dedicata ai rapporti fra botanica e fantascienza.
LA NUOVA SALA “STAR TREK 60”
Dal 12 settembre al 30 dicembre 2026
La nuova sala espositiva“Star Trek 60” è dedicata in particolare alla Serie Classica creata da Gene Roddenberry.
Il percorso presenta action figure di personaggi come Spock e il capitano Pike, diorami che ricostruiscono scene e ambientazioni memorabili — tra cui il capitano Kirk sulla poltrona di comando dell’Enterprise e Spock e Sulu nell’Universo dello Specchio — oltre a numerose figure aliene.
L’allestimento comprende inoltre gadget e riproduzioni di alcuni degli oggetti più riconoscibili della saga: phaser, tricorder, comunicatori e l’iconico gioco degli scacchi tridimensionali.
Al centro della sala è esposta una riproduzione della poltrona di comando dell’Enterprise, donata al MUFANT da Gabriella Lisiero, moglie del compianto Alberto Lisiero cofondatore dello Star Trek Italian Club e figura fondamentale del fandom italiano. Intorno alla poltrona trovano posto riproduzioni delle uniformi della Federazione e dei costumi di alcuni alieni apparsi nella Serie Classica.
La mostra espone la collezione diStefanie Gröner, fondatrice del gruppo Star Trek Torino. Nata in Germania, Gröner ha scoperto Star Trek durante un periodo trascorso negli Stati Uniti e, dopo essersi trasferita in Italia, ha iniziato a raccogliere oggetti e merchandising legati alla saga. Parte della sua collezione, che comprende anche costumi realizzati a mano, è oggi inserita nel percorso espositivo permanente del MUFANT.
PROGRAMMA
Ore 15.00–15.30
INTRODUZIONE
Presentazione a cura dei co-direttori del MUFANT, Silvia Casolari e Davide Monopoli, che illustreranno il significato e il peso di Star Trek nel progetto culturale del museo e nell’ambito del percorso espositivo permanente.
Sottolineeranno inoltre l’importanza di dare voce al fandom e alla sua capacità di trasformare la passione per la fantascienza in nuove forme di creatività e produzione culturale, dai fan film alle opere artistiche e narrative.
Ore 15.30–16.00
STAR TREK 1966: UN INIZIO TRA FANTASCIENZA E CORSA ALLA LUNA
Incontro fra Stefanie Gröner, curatrice della sala espositiva, e Antonio Lo Campo, giornalista scientifico e scrittore specializzato nel settore aerospaziale, collaboratore de La Stampa, Avvenire e di diverse testate specialistiche.
L’incontro metterà a confronto i programmi spaziali sviluppati negli anni Sessanta, nel pieno della corsa alla Luna, con l’immaginario dell’esplorazione cosmica concepito da Gene Roddenberry per la Serie Classica.
Ore 16.00–16.30
STAR TREK: FIORI E PIANTE ALIENE
Stefanie Gröner accompagnerà il pubblico in un viaggio attraverso la flora dei mondi alieni esplorati dall’Enterprise e dagli altri equipaggi della Flotta Stellare nei sessant’anni della saga.
L’intervento creerà un collegamento tra l’immaginario botanico di Star Trek e il Giardino Fantabotanico realizzato sul Rooftop del MUFANT, dove piante reali e vegetazioni immaginarie dialogano all’interno di un percorso dedicato al rapporto tra natura e fantastico.
Ore 16.30-17:00
COFFEE BREAK
Ore 17.00–17.45
DELL’AMORE E DELL’ONORE
Proiezione e presentazione di Dell’Amore e dell’Onore, il primo fan film di Star Trek realizzato in Italia.
Pensato per essere seguito anche da chi non conosce approfonditamente la saga, il film propone al tempo stesso numerosi riferimenti destinati agli appassionati. La storia intreccia diplomazia, conflitto e strategia militare con un’attenta costruzione dei personaggi, affrontando temi come il dovere, la lealtà, la famiglia, il rimorso, la vendetta e l’amore.
Il progetto, che ha richiesto quattro anni di lavorazione, sarà presentato da Carlo “Jack” Ponissi, autore della sceneggiatura e compositore della colonna sonora originale. Artista torinese e appassionato di fantascienza, Ponissi ha riunito nel cortometraggio la propria formazione artistica, la scrittura e la ricerca musicale.
Interverranno inoltre Alessandra Prandi, scenografa, e Mirco Faedi e Alessandro Cozza, interpreti protagonisti del film.
L’evento fa parte del progetto “Profezie Artificiali”, Progetto vincitore dell’Avviso Pubblico “Torino, che cultura!”, finanziato con fondi @PN METRO PLUS E CITTÀ MEDIE SUD 2021 – 2027 – TO7.5.1 B – SOSTEGNO ALL’ECONOMIA URBANA NEL SETTORE DELLA CULTURA.
Nel cuore del Mufant prende vita un’iniziativa unica nel suo genere che fonde cultura, immaginario fantascientifico e benessere psicologico: “Psicologo al Museo”, una proposta ideata, progettata, organizzata e gestita dalla Cooperativa sociale Altra Mente di Torino nell’ambito del più ampio programma culturale “Rooftop Mufant”, vincitore del bando Youtoo.
Lo “Psicologo al Museo” nasce con l’obiettivo di portare la psicologia fuori dagli ambienti clinici convenzionali, sperimentando nuove modalità di ascolto, confronto e orientamento all’interno di un luogo culturale ricco di stimoli narrativi e visivi. Il museo, da sempre spazio di immaginazione e riflessione, si trasforma così in una “stazione psicologica” per l’esplorazione del sé, della collettività e dei futuri possibili.
LE AZIONI DEL PROGETTO:
Servizio di consulenza psicologica su appuntamento
Questo servizio si esprime in un primo colloquio individuale gratuito con psicologi qualificati, organizzati in un ambiente riservato all’interno del museo. Parafrasando il noto film di Spielberg, questo primo “incontro ravvicinato del terzo tipo” col mondo della psicologia e con i servizi ch’essa è in grado di offrire permette di accogliere quelle che potrebbero essere le difficoltà personali portate dagli utenti del servizio oppure consente di esplorare insieme riflessioni esistenziali che dovessero emergere, beneficiando, al contempo, di un contesto culturale stimolante. Il servizio viene gestito tramite un sistema di prenotazione on-line all’indirizzo e-mail associato al servizio: psicologoalmuseo@gmail.com.
Per l’utenza che volesse approfondire le questioni emerse durante il primo colloquio gratuito garantito dal progetto, si avrà la possibilità di proseguire il percorso privatamente col professionista scelto.
“Futuro interiore – Lettere allo psicologo” – Uno spazio digitale di confronto e comunità
Quest’azione si configura nei termini di un format on-line dove troveranno risposta pubblicamente, attraverso articoli che usciranno sul sito della Cooperativa e su quello del Museo le domande anonime agli psicologi poste o attraverso uno specifico canale e-mail: psicologoalmuseo@gmail.com, oppure fisicamente dalle persone che si recheranno al museo, lasciando i propri interrogativi nella casella postale dello psicologo che all’interno del Mufant sarà predisposta.
Questo servizio favorisce la partecipazione collettiva e la costruzione di una community attenta al benessere mentale, con possibilità di riutilizzo dei contenuti per eventi, conferenze e attività pubbliche di divulgazione psicologica.
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Nel contesto dell’iniziativa, durante l’anno verranno inoltre portate avanti ulteriori iniziative:
Supporto psicologico per operatori e utenti della Cooperativa sociale Altra Mente
Il servizio si estende anche a chi lavora o usufruisce dei servizi della Cooperativa, con incontri individuali o attività di gruppo finalizzati a promuovere benessere e dinamiche relazionali positive. Uno spazio che potrà anche rappresentare l’opportunità di costruire, inventare, ideare, in collaborazione con il Mufant, attività laboratoriali/workshop abbinati agli psicotour, destinati all’utenza del museo, sfruttando gli spazi dello stesso come contesto psico-educativo e riabilitativo alternativo.
Orientamento informativo per studenti
L’attività di orientamento informativo e confronto diretto con professionisti di diversi ambiti psicologici è un altro importante tassello di questo variegato mosaico di servizi che possono essere ascritti allo “Psicologo al Museo”: dalla ricerca alla clinica, dalla psicologia del lavoro alla neuropsicologia, e a molti altri ambiti disciplinari, agli studenti delle scuole superiori, neodiplomati e neo-immatricolati verrà offerta l’opportunità di interagire con la “psicologia” a 360°, così da avere un’idea più chiara possibile del piano didattico del Corso di Studi in Psicologia (triennale e magistrale) e degli sbocchi professionali ai quali potranno aspirare. Gli studenti potranno così avere una panoramica dettagliata sulle possibilità formative del Corso di Studi, suggerimenti pratici e scoprire al contempo i percorsi professionali esistenti attraverso incontri in presenza e contenuti online.
Psicotour
Sono percorsi guidati all’interno del Museo nei quali saranno delineati gli stretti rapporti tra temi psicologici e immaginario fantastico e fantascientifico. Questi saranno tenuti da Psicoguide, psicolog* della Cooperativa sociale Altra Mente.
Un percorso guidato sulla psiche all’interno di un museo del fantastico e della fantascienza può trasformare una semplice visita in un viaggio affascinante dentro la mente umana. Fantascienza, fantasy e horror non sono solo generi di intrattenimento: sono specchi delle nostre emozioni più profonde, delle paure collettive e dei desideri inespressi. Attraverso lenti psicologiche, ogni oggetto esposto – che sia un’astronave, un mostro o un supereroe – acquista un nuovo significato. Il visitatore scoprirà come i traumi, i sogni e le trasformazioni interiori si riflettano in mondi alternativi, creature simboliche e futuri distopici. Questo “viaggio nella psiche” permette di cogliere il legame tra creatività e inconscio, rivelando come la mente umana, con le sue contraddizioni, abbia dato vita a narrazioni che parlano di noi, del nostro tempo e delle nostre speranze. È un’esperienza coinvolgente e originale, capace di unire emozione, riflessione e meraviglia.
Eventi, conferenze e azioni culturali centrate sulla salute mentale
Lo “Psicologo al Museo” consentirà anche di organizzare cicli di conferenze, convegni e altre tipologie di occasione di dibattito dedicati alla psicologia, al patrimonio culturale che questa iniziativa sarà in grado di co-creare insieme a chi ne usufruirà e, naturalmente, stante il contesto che la ospita, all’incontro tra psicologia e fantascienza. Temi come intelligenza artificiale, psiche nello spazio o identità distopiche saranno affrontati da esperti e divulgatori, con l’intento di coinvolgere un pubblico variegato e stimolare riflessioni interdisciplinari.
Da Godzilla, il mostro creato dalle radiazioni atomiche, ai Gente, organismi in parte umani e in parte animali eredi di una terra devastata, una giornata tra evoluzione e catastrofi, storia e biopolitica, umano e animale.
Programma della giornata
Ore 16: Presentazione di “L’abolizione delle specie” di Dietmar Dath, Premio Kurd Laßwitz 2009 per il miglior romanzo di fantascienza. Con la traduttrice Paola Del Zoppo (Università di Urbino), Paolo Bertetti (Coordinatore scientifico Mufant) e Dario De Marco (Giornalista).
Il mondo che conosciamo è un lontano ricordo. L’epoca della Noia, segnata dalla supremazia dell’essere umano sulla Terra, ha ceduto il passo al regno dei Gente, organismi in parte umani e in parte animali che vivono in quel che resta dell’Europa: tre città labirintiche, agglomerate su loro stesse per resistere al deserto che avanza e governate dal saggio e distaccato Cyrus Golden, il Leone. L’abolizione delle specie offre una prospettiva inedita e fantastica sul declino
e la rinascita delle civiltà. Abbracciando millecinquecento anni di storia, un viaggio nei cinque continenti, una fuga sulla Luna e la terraformazione di Venere e Marte, oltre che la manipolazione del tempo, Dietmar Dath costruisce un mondo dove la teoria dell’evoluzione, la matematica e la musica ridefiniscono i destini degli abitanti della Terra e dei loro discendenti.
Ore 17.30: Settant’anni di Godzilla. La storia e le caratteristiche di uno dei personaggi più simbolici e celebri del fantastico mondiale, dall’Asia all’America e ritorno. Con Davide Di Giorgio (critico cinematografico, saggista).
Nato come simbolo del terrore atomico e della contaminazione nucleare nei primi anni del dopoguerra, Godzilla è diventato nel tempo uno dei personaggi più simbolici e celebri del fantastico mondiale, icona pop in grado di vivere avventure fra la Terra e lo spazio, senza mai perdere la sua specificità culturale e la capacità di riflettere i cambiamenti interni al Giappone nel corso del tempo. L’incontro ne racconta la storia e le caratteristiche, dal versante cinematografico, produttivo, tematico, storico e socio-culturale, passando dalle incertezze iniziali al successo, dall’Asia all’America e ritorno.
(L’evento fa parte del progetto “Rooftop Mufant”, sostenuto dal bando YouToo)
“Profezie Artificiali: IA dalla fantascienza alla realtà”, è la rassegna di incontri diffusa fra il MUFANT e altri luoghi di cultura torinesi, curata dal Museo nell’ambito del progetto “Torino, che cultura!”.
L’iniziativa, che dal museo si diffonde sull’intero territorio cittadino, intende avvicinare le persone ai temi dell’Intelligenza artificiale attraverso la Fantascienza. Un’avventura triennale fatta di conferenze, workshop, incontri, laboratori artistici, didattici e sociali, in collaborazione con fantastici partner e numerosi ospiti, professionisti e professioniste esperte del mondo dell’IA e della Fantascienza.
Progetto vincitore dell’Avviso pubblico “Torino, che cultura!”, finanziato con fondi PN METRO PLUS E CITTÀ MEDIE SUD 2021-2027 – TO7.5.1.1.B – SOSTEGNO ALL’ECONOMIA URBANA NEL SETTORE DELLA CULTURA
E’ un bibliogame interattivo dove devi scoprire i libri di fantascienza che hanno costruito l’idea che abbiamo oggi sull’Intelligenza Artificiale. Tutti i testi sono disponibili presso la Biblioteca del Mufant.
Lo spazio è condivisibile fino a 50 avatars
Il Metaverso è stato sviluppato da Komplex con il supporto tecnico di Meta Interact, Roma.
La mostra Godzilla minaccia atomica. 1954-2024 genesi di un mostro, realizzata dal Mufant in collaborazione e con il sostegno del Salone Internazionale del Libro Off, celebra il settantesimo anniversario di Godzilla, una delle icone più celebri del fantastico giapponese, ritornato, in tempi recentissimi, alla ribalta grazie all’attribuzione di un premio Oscar al film Godzilla Primus One.
La mostra, curata da Silvia Casolari, Davide Monopoli e il collezionista Andrea Attardo, sarà visitabile fino al 7 luglio 2024.
Settant’anni fa, nel 1954, esordiva nelle sale cinematografiche giapponesi il primo dei quasi 40 film della saga del “dinosauro” fantascientifico più famoso di sempre.
Quella di Godzilla fu la prima di una serie di cicliche “invasioni” di mostri e creature nipponiche in Occidente, Italia compresa, invasione che anticipò di quasi 25 anni quella dei super robot degli anni ’70 e di oltre 60 anni la grande ondata dei manga e anime contemporanei. Ancora, Godzilla fu il primo dell’infinita serie dei Kaiju (mostri) giapponesi, che fecero la fama e la fortuna della Toho, la casa di produzione cinematografica che lo creò.
Storicamente, il primo film Godzilla, re dei mostri, ebbe una rilevanza che andò molto oltre la sua specificità di film di genere, fu infatti uno fra i primi film realizzati da un Giappone post-bellico, da pochissimo libero dal “commissariamento” statunitense – il trattato di San Francisco che rendeva il Giappone nuovamente autonomo, anche nelle produzioni culturali, entrò in effettivo vigore nella primavera del 1952 -. Il film fu uno fra i primi a raccontare gli orrori della guerra e del disastro atomico, atrocità che meglio non potevano essere rappresentate da un mostro preistorico, una sorta di tirannosauro, risvegliato dalle esplosioni atomiche e da esse modificato geneticamente.
Oggi, nel 2024 la grande ribalta che lo ha visto protagonista e vincitore dell’Oscar per gli effetti speciali, richiama alla memoria – rendendolo nuovamente attualissimo – il valore simbolico incarnato dal Godzilla degli esordi: un messaggio di ammonimento contro la potenza distruttrice della guerra e di armi sempre più micidiali.
A proposito del valore simbolico, sociale, politico e antropologico di un mito contemporaneo come quello di Godzilla, ne seguiremo, nel percorso espositivo, la genesi, con lo sguardo di due studiosi novecenteschi dell’arte e dell’immaginario: Aby Warburg e Gilbert Durand.
Warburg coniò il concetto di “pathosforlmen”, immagini archetipiche rappresentanti contenuti universali il cui ciclico ritorno attraverso i secoli è determinato dal riattualizzarsi di particolari circostanze storiche, analoghe a quelle originarie. In questo senso specifico, l’attuale ritorno di Godzilla si spiega appunto nel suo riattualizzato valore come simbolo dei pericoli bellici.
Tuttavia, seguendo l’intera saga mediatica di Godzilla fra oriente e occidente – una colossale produzione narrativa fra film, serie televisive, racconti e romanzi, cartoni animati, videogiochi e giocattoli – se ne ottiene un’immagine talvolta opposta a quella originaria, o quantomeno molto meno definita.
Per fare un esempio, l’immagine di Godzilla che si delinea nel contesto della lunga saga cinematografica che lo ha visto protagonista, ha una natura multiforme e confusa, che si sviluppa in direzioni spesso opposte e incoerenti. Godzilla è sì simbolo dei pericoli generati dalle tecnologie distruttive, ma è anche, e in questo attinge dalla millenaria cultura di un Giappone esposto a terremoti, maremoti e altri cataclismi naturali, simbolo della distruttività della natura. Se poi, da principio, incarna, come rettile mostruoso, una creatura demoniaca “avversaria” per antonomasia dell’umanità, successivamente ne diventa alleato, affiancandola nella lotta ad altri e più pericolosi mostri, come King Ghidorah, Gamera, Biollante. E ancora, se da principio intende essere universale simbolo di terrore e morte, progressivamente diviene una sorta di pupazzo comico e innocuo ad uso e consumo del pubblico di bambini e bambine.
Questo stupefacente moltiplicarsi di significati anche di valore opposto, una sorta di deragliamento del senso, è solo un apparente perdita di significato simbolico. Possiamo affermare, facendo riferimento alle idee che Gilbert Durand propose nella sua “Archetipologia generale” che Godzilla appartiene a quel particolare regime costituito dai simboli “notturni”, ossia simboli caratterizzati da una confusività la cui funzione è quella di generare rinascita e rinnovamento proprio attraverso la fusione di valori e significati opposti: un magma originario delle rappresentazioni.
In questo senso, il dinosauro della Toho può essere pensato come simbolo stesso del Fantastico, una funzione cognitiva e narrativa che genera nuove rappresentazioni attraverso un costante rimpasto delle forme immaginifiche universali.
LA MOSTRA
La mostra comprende oltre 200 oggetti fra rari modellini vintage e contemporanei dedicati a Godzilla dalla collezione di Andrea Attardo, 30 diorami originali a tema giurassico realizzati da Andrea Salimbeti, alcuni manifesti cinematografici giapponesi e italiani, prime edizioni librarie, riviste e periodici italiani e stranieri dai primissimi anni del Novecento a oggi, rare cartoline postali giapponesi degli anni ’70 – i Pachimon – raffiguranti creature mostruose che attaccano i simboli delle principali città del mondo, figurine e riviste degli anni ’80 e ’90 sempre sul tema Godzilla.
Il percorso espositivo racconta la genesi di Godzilla a partire da alcuni approfondimenti dedicati al tema generale delle origini tardo ottocentesche dei dinosauri fra realtà e immaginario fantastico.
La mostra attinge prioritariamente dalla collezione di Andrea Attardo, dalle collezioni del Mufant e da quelle di Andrea Salimbeti.
L’evento del 25 maggio prevede l’accompagnamento guidato al percorso espositivo da parte dei curatori e dei collezionisti, a partire dalle ore 16.00.
La mostra non ha costi aggiuntivi rispetto a quelli dell’ingresso al museo.
CREDITI MOSTRA Curatori: Andrea Attardo, Silvia Casolari, Davide Monopoli Testi: Mara Angela Salis, Michele Zorzi Grafiche: Bianca Roggero Comunicazione: Arianna Chiola, Alessandra Spina
Siamo entusiasti di annunciare l’arrivo al Mufant di un ospite d’eccezione: Marco Gervasio – disegnatore e autore italiano, famoso soprattutto per il suo lavoro su Topolino!
Tenetevi liberi domenica 7 gennaio 2024: dalle ore 16.00 Gervasio incontrerà il pubblico in una conferenza sul fantastico e la fantascienza in Topolino, con particolare riferimento alle figure di Paperinik, il super eroe di Paperopoli, e Fantomius, il ladro gentiluomo da lui potato alla ribalta nella serie “Le strabilianti imprese di Fantomius, ladro gentiluomo”, tutt’ora in corso sul settimanale. Ci parlerà anche della sua serie “La Ciurma del Sole Nero”, dichiaratamente ispirata alla fantascienza anni ’70/’80, di cui l’autore è un grande appassionato, e del suo excursus sugli Angry Birds, tratti dal noto videogioco. Dopo la conferenza Gervasio realizzerà alcuni sketch per i visitatori.
L’evento è organizzato in collaborazione con Andrea Salimbeti, collezionista e modellista da tempo partner del Mufant. Proprio in occasione del 7 gennaio saranno esposti alcuni pezzi della sua collezione privata, sempre relativi ai personaggi di Paperopoli.
Per prepararci all’incontro di gennaio, conosciamo meglio il lavoro di Marco Gervasio! Laureato in Economia e Commercio, nel 1996 Gervasio frequenta la Scuola Romana dei Fumetti, dove attualmente insegna, e da quel momento l’artista collabora con la Disney come disegnatore, sceneggiatore e copertinista per Topolino e per le altre testate.
Nel 2012 realizza testi e disegni della serie di successo “Le strabilianti imprese di Fantomius, ladro gentiluomo”; il fumetto, come già accennato ancora in corso, è ambientato nella Paperopoli degli anni ‘20, e racconta le avventure dell’antieroe che, nel canon, ispira Paperino a indossare la maschera di Paperinik.
Gervasio collabora con la Rovio Entertainment, realizzando storie per Angry Birds Comics; lavora come copertinista per le edizioni USA dei fumetti Disney, e dal 2019 scrive le storie di Paperinik.
Vince i premi Melhor Banda Desenhada e Melhor Desenho, e nella XXIV edizione del Romics (2018) viene premiato con il prestigioso Romics d’Oro.
Nel 2020 esordisce la nuova serie “Paperbridge”, un ‘teen drama papero’, di cui l’autore cura testi e disegni, raccontando l’origin story di Fantomius.
Particolarmente d’interesse per il Mufant la serie che vede la luce, sempre su Topolino, nel 2021: “La Ciurma del Sole Nero”, un ciclo di storie a tema fantascientifico che vede le avventure del capitano Topolino Tomorrow e del suo equipaggio a bordo della nave spaziale Sole Nero; la serie è curata da Marco Gervasio nei testi, e da Cristian Canfailla per la parte grafica.
ATTENZIONE! La mostra “Hic sunt dracones” è stata chiusa in anticipo il 29-02. Ci scusiamo per il disagio.
Sabato 09.12.2023, ore 15.30-19.00
L’irresistibile ascesa internazionale che ha come protagonista la fantascienza cinese, necessita oggi di un momento di riflessione, approfondimento e attenzione.
Per queste ragioni, il Mufant, nei nuovi spazi del rooftop del museo, propone la mostra: Hic sunt Dracones. L’irresistibile ascesa della fantascienza cinese, a cura di Davide Monopoli e Silvia Casolari, un percorso espositivo e una serie di eventi correlati per raccontare il presente e la storia della science fiction cinese.
La mostra, come molte delle iniziative del museo, è anche occasione per riflettere sul Fantastico come racconto dell’Alterità nelle sue diverse connotazioni: antropologiche, mediatiche e geografiche.
Il titolo Hic sunt dracones gioca su questi aspetti, con un doppio filo: se è vero che nelle cartografie antiche e medievali la scritta “qui ci sono i dragoni (o i leoni)” posta nei pressi delle ancora ignote Africa e Asia indicava la fine dei confini del noto, oltre i quali si supponeva abitassero creature meravigliose o spaventose, è anche vero che oggi il “dragone” è proprio qui, vicino a noi, e, per la prima volta, forse, possiamo conoscerlo realmente.
Non dimentichiamo infine che il 2024 sarà l’anno cinese del Drago!
Il percorso espositivo è diviso in tre parti.
Nella prima parte, una ricca e curiosa raccolta di rari materiali primonovecenteschi – libri illustrati, riviste e fumetti – racconta lo “Yellow peril”, il “pericolo giallo”.
Si tratta dei crescenti sentimenti xenofobi diffusisi nel mondo occidentale nel corso del tardo Ottocento a danno degli asiatici, un fenomeno che ha trovato una vasta eco nelle narrazioni fantastiche e fantascientifiche, proprio in virtù della “naturale” vocazione dell’immaginario fantastico a rappresentare la paura dell’alterità. Innumerevoli, all’epoca, furono infatti le storie, molte delle quali notissime, nelle quali cinesi e giapponesi erano rappresentati come pericolosi arcinemici dotati spesso di poteri soprannaturali. Si va dalla “Guerre infernale” e “Saturnino Farandola” meravigliosamente illustrate da Albert Robida, alle più conosciute saghe di Buck Rogers o Flash Gordon – chi non conosce “Ming the merciless” ad esempio? -, fino alle storie nostrane di Emilio Salgari e Luigi Motta con il suo emblematico “La principessa delle rose”, oppure Yambo. Inevitabile, infine, un’incursione nel mondo di Sax Rohmer e il suo “Fu Manchu”.
Il percorso si chiude con un approfondimento, a cura dell’antropologo torinese Francesco Vietti, sul tema di Kowloon, il quartiere ghetto di Hong Kong, oggi smantellato, protagonista di innumerevoli narrazioni fantascientifiche, dalla letteratura, al cinema, al videogame, la più nota delle quali è sicuramente la “trilogia del ponte” di William Gibson, il padre del Cyberpunk.
La seconda sezione costituisce il momento centrale della mostra ed è dedicata alla storia della fantascienza cinese.
Si parte da due momenti topici: il presente recentissimo – lo scorso ottobre – quando la città di Chengdu ha ospitato la WorldCon, la più importante convention internazionale di fantascienza che, nata nel cuore degli Stati Uniti oltre 80 anni fa, è approdata per la prima volta in oriente; il passato recente – l’anno 2017 -, quando “Il problema dei tre corpi”, romanzo di Liu Cixin vincitore del prestigioso premio Hugo, approda in Italia. A tal proposito sarà raccontato il visionario lavoro di Giuseppe Lippi, storico curatore della collana Urania di Mondadori che, per primo, nell’ormai lontano 2006, ha presentato al pubblico italiano la prima rassegna di letteratura fantascientifica cinese.
Il percorso prosegue ricostruendo la recente storia della fantascienza cinese che ha preso avvio nel primissimo Novecento, al tramonto dell’ultimo impero cinese, quello Qing.
Dalle prime incursioni di Lu Xun, padre della letteratura cinese moderna, che, nei primi anni del Novecento, traduce, quasi reinventandole, alcune opere di fantascienza di Jules Verne, si procede nella scoperta della storia della fantascienza cinese seguendo schematicamente quattro momenti evolutivi correlati anche ai grandi cambiamenti storici della Cina: la fine dell’impero Qing e l’età della Repubblica, l’avvento di Mao Zedong, il post Rivoluzione Culturale e l’epoca contemporanea a partire dai grandi rinnovamento di Deng Xiaoping.
Dalla fondamentale City of Cats, distopia fantascientifica scritta negli anni ’30 da Lao She, si passa agli autori del periodo successivo al “congelamento” operato durante la rivoluzione culturale, come Zheng Wenguang e Ye Yonglie, per citarne alcuni fra i più noti, per ritornare, infine, al presente, con autori e autrici che oggi sono, a tutti gli effetti, star internazionali, come Liu Cixin, Chen Quifan o Hao Jingfang.
Una attenzione particolare sarà inoltre dedicata al fondamentale ruolo che la rivista Science Fiction World Magazine ha avuto nel processo di rinascita della fantascienza cinese a partire dal 1991.
Importanti anche i numerosi spazi dedicati all’approfondimento, fra i quali quello sulla trasformazione transmediale – da film a videogame – del colossal fantascientifico cinese, diffuso sulla piattaforma Netflix in anni recenti, The Wandering Earth.
Oppure lo spazio dedicato a Tong Enzheng, scrittore attivo fra gli anni ’60 e i primi anni ’80, che racconta come, anche in terra cinese, la fantascienza e i suoi mostri offrissero facile materiale per raccontare della paura dell’Altro: questa volta l’Occidente bianco. Particolare attenzione sarà data al suo racconto Death ray on a Coral Island da cui, nel 1980, fu tratto il primo film di fantascienza cinese, storia dalla quale prese avvio un vero e proprio fenomeno transmediale, con trasposizioni radiofoniche e fumettistiche.
Ci si soffermerà infine anche su fenomeni più curiosi, quali il timido emergere della fantascienza tibetana, fra cinema e letteratura, e il vasto mondo delle associazioni e del giovanissimo fandom fantascientifico cinese.
Una terza sezione, a cura di Ai Lian Gu e dell’Associazione Zhisong – che, attiva in città da oltre quattordici anni, raccoglie la vasta comunità cinese che risiede a Torino –, è dedicata al racconto del mondo cinese nella nostra città e offre una panoramica delle tradizioni millenarie della cultura cinese, dall’arte della calligrafia, ai riti del Tè, alla musica, fino alle testimonianze, attuali, dei giovani cinesi di seconda generazione che vivono a Torino.
Parte del percorso è anche la grande scritta “Mufant” in calligrafia cinese, realizzata dalla giovane artista Sihuixin Wang e ispirata all’opera che il calligrafo cinese Xiao Huan ha realizzato per l’esposizione tenuta recentemente dal Mufant presso il Centro Sino – Italiano del distretto di Tianfu, nella città di Chengdu.
Segnaliamo inoltre che all’interno del percorso espositivo, sarà fruibile una postazione interattiva digitale realizzata da Francesca “Alice” Avvento, attraverso la quale i visitatori potranno scoprire il loro segno zodiacale cinese e conoscerne le caratteristiche con un semplice click.
Non può mancare infine la cosplayer Eleonora Burzio che, con la sua famiglia, ha realizzato costumi e scenografie ispirate al film “La foresta dei pugnali volanti”.
Il percorso, sostenuto da Fondazione CRT e Regione Piemonte è a cura di MUFANT: curatori Davide Monopoli, Silvia Casolari; grafiche Bianca Roggero, redazione e revisione Mara Salis, segreteria Arianna Chiola, comunicazione Alessandra Spina.
Opera calligrafica dell’artista Xiao Huan significante ‘Mufant’
PROGRAMMA DELLA GIORNATA DI INAUGURAZIONE
Ore 15:30. Saluti istituzionali da parte di Giampiero Leo, Presidente della Commissione cultura, istruzione, welfare della Fondazione CRT e del Presidente della Circoscrizione 5 Ing. Enrico Crescimanno, e presentazione della mostra a cura di Davide Monopoli e Silvia Casolari, co-direttori MUFANT.
Ore 15:45. La seconda generazione cinese a Torino. A cura di Ai Lian Gu, presidentessa Associazione Zhisong.
Ore 16:15. “Kowloon” fra realtà e distopia. A cura di Francesco Vietti (Antropologo Università di Torino).
Ore 17:00. Metaverso Torino – Chengdu. A cura di Mariano Equizzi (Esperto di Nuovi Media e Computer Vision)
Ore 17:15. “Il pericolo giallo” nelle narrazioni di genere. A cura di Carlo Modesti Pauer (Antropologo e autore televisivo RAI)
Ore 18:00. La fantascienza cinese: una storia. A cura di Jessica Imbach (Sinologa Università di Zurigo).
Si terrà infine una visita guidata alla mostra alla presenza dei curatori.
Il FANTAELX (Festival Internacional de Cine Fantástico de Elche), è nato nel 2013 con l’obiettivo di creare un punto di connessione tra pubblico e creatori per poter scambiare e condividere esperienze intorno al genere fantastico. Nel corso degli anni il Festival si è evoluto, diventando un evento competitivo dal carattere internazionale, ricevendo cortometraggi da tutto il mondo.
Quest’anno, FANTAELX approda al MUFANT sabato 30 settembre alle ore 17.00, per condividere con il pubblico una speciale presentazione dell’evento.
I curatori, Fran Mateu e Mario-Paul Martínez, presentano il Festival e come è organizzato: le categorie dei film, i collaboratori, le pubblicazioni e tutto l’insieme delle attività che ruotano attorno alla rassegna, come in particolare, il Congresso Internazionale sul Genere Fantastico, gli Audiovisivi e le Nuove Tecnologie.
Durante l’evento, sarà proiettata una selezione specifica dei cortometraggi premiati, un affresco dei film fantastici attualmente realizzati in Spagna. Cortometraggi eccezionali – come Polter (Álvaro Vicario), Dar-Dar (Paul Urkijo), Wayback (Carlos Salgado), Polvotron 500 (Silvia Conesa) e 9 Pasos (Marisa Crespo e Moisés Romera) -, premiati anche in altre rilevanti kermesse del Fantastico, come Sitges International Film Festival o HARD:LINE Film Festival.
L’evento è dedicato agli amanti del cinema e del fantastico e in generale a tutti coloro che vogliono avvicinarsi a questo mondo. Durante l’incontro si discuterà delle ultime tendenze del genere attraverso un approccio transmediale: dallo schermo del cinema a quello del videogioco, dalle pagine del libro a quelle del fumetto.
Saranno inoltre presentate le modalità per partecipare al Festival e al Congresso.
Eravamo nella biblioteca del museo, e Silvia scorreva il libro dei visitatori con evidente soddisfazione. “È quasi finito! Fra poco dovremo prenderne un altro” mi disse
indicando l’esiguo spessore delle pagine ancora intonse. Cominciò a sfogliarlo
all’indietro, fino ad arrivare al giorno della riapertura del museo dopo le
vacanze estive, e a quel punto si fermò, perplessa. Prima dei commenti datati 5
settembre c’era una pagina vuota, tranne alcune parole in inglese, scritte a
grandi caratteri in stampatello:
GREETINGS AGAIN
BEST WISHES
Al posto delle firme c’era qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Non riuscivamo a riuscire a capire di quale lingua o quale alfabeto si
trattasse.
“Sembrano ideogrammi” disse Silvia. “Ma non cinesi o giapponesi, per
quel che ne so.”
Io guardai a lungo, con un sensazione di leggera vertigine, mentre il
ricordo di un sogno confuso si ripresentava all’improvviso nella mia mente. Mormorai
“Allora sono tornati” a voce bassissima, quasi senza rendermene conto. Alzai
gli occhi e vidi che Silvia mi scrutava con uno sguardo vagamente preoccupato.
“Paolo, che stai dicendo?”
Avrei voluto mordermi la lingua, ma era troppo tardi. Senza una parola presi dalle sue mani il volume di grande formato e lo sfogliai ancora più indietro, per tornare all’inizio dell’anno. Non lo avevo mai fatto, ma ora sapevo che cosa avrei trovato. Dopo i numerosi saluti dei partecipanti ai Japan Days, la festa giapponese di fine gennaio con la partecipazione di associazioni, fan club, artisti e cosplayer, c’era una pagina con due commenti scritti nella stessa grafia e con le stesse firme:
WONDERFUL MUSEUM
GREETINGS FROM A FAR
AWAY PLACE
Non era strano che fossero passati inosservati fra le battute
scherzose e le vignette che avevano riempito le pagine del libro in quei
giorni. Ma guardandoli bene si notavano la scrittura incerta, il tratto molto
diverso da quello delle penne usate dai visitatori e il colore blu-violetto
dell’inchiostro, che luccicava debolmente sotto le luci fluorescenti della
biblioteca.
“Paolo, che ti succede?” domandò Silvia. “Sei impallidito di colpo…”
Io rimasi in silenzio per qualche attimo, mentre gli eventi di quella notte si riallineavano in bell’ordine nella mia memoria. Poi risposi: “Chiama Davide. Questa è una cosa che deve sentire anche lui.”
Aspettammo in silenzio che il direttore del museo ci raggiungesse. Solo in quel momento ricordai che Davide è anche, o soprattutto, uno psichiatra… Ma non mi chiesi che cosa avrebbe pensato. Sedemmo intorno a uno dei tavolini di vetro e io cominciai a raccontare una storia che, come sapevo, non poteva avere avuto altri testimoni.
Gli ultimi visitatori erano usciti da più di un’ora. Dopo la grande
folla e la festosa confusione dei Japan Days, le prime giornate di febbraio
erano trascorse in una calma quasi irreale, e in quel tardo pomeriggio di un
grigio sabato invernale le sale del museo, immerse nella penombra, erano
deserte e silenziose, popolate da presenze immote che attendevano pazienti di
riprendere vita nella memoria o nella fantasia degli spettatori.
Mi ero trattenuto oltre l’orario di chiusura, a chiacchierare un po’
con Silvia e Davide, i fondatori del museo, e a curiosare fra i libri della
ricca biblioteca che includeva la collezione di Riccardo Valla. Adesso però si
stava facendo tardi: volevo passare a fare un po’ di spesa al supermercato
Auchan che è quasi di strada per tornare a casa. Andai a prendere il giaccone,
controllai la borsa della macchina fotografica, e salutai Silvia e Davide, che
erano nell’angolo della biblioteca usato come ufficio, chini sui loro
portatili, ancora impegnati nella difficile stesura di un documento da
presentare al comune o alla circoscrizione.
Scesi le scale dell’edificio scolastico anni ‘70 che ospita il museo, ma un attimo prima di aprire la porta esterna, superata la quale sarei rimasto chiuso fuori, mi fermai di colpo davanti alla biglietteria deserta. Sentivo che stavo dimenticando qualcosa. Che cosa? Frugai nelle tasche del giaccone: chiavi di casa, chiave della macchina, patente, bancomat, fazzolettini, qualche moneta… Dov’era il telefono? Guardai anche nella borsa fotografica. Non c’era. Dove diavolo l’avevo
lasciato?
La mia memoria non stava migliorando con l’età. Tornai indietro e,
mentre risalivo lentamente le due rampe di scale, passando davanti al grande
poster di “Invasion of the Saucer-Men”, cercai di ricordare ciò che avevo fatto
nel pomeriggio. Il telefono, conclusi, doveva essere nella sala video, quella
usata per le conferenze.
Rientrai silenziosamente (avevo lasciato la porta sulle scale aperta,
come l’avevo trovata) e, senza passare davanti alla biblioteca, andai
direttamente verso la sala video, facendomi strada nella penombra fra le teche
del salone centrale, oltrepassando il Tardis, il Dalek e la riproduzione della
consolle del Tardis, che appartenevano al Doctor Who Italian Fan Club.
Il telefono non c’era. Guardai sul tavolo coperto da un panno nero e
su tutte le sedie. Niente. Cominciai a imprecare sottovoce. Se lo avevo
lasciato da qualche parte in una delle altre sale potevo cercarlo per ore, a
meno che non fosse in bella vista sulla scrivania dello Scienziato Pazzo o
accanto a uno dei Borg a grandezza naturale nella sala dedicata a Star Trek,
che esponeva parte delle collezioni di Stefanie Gröner.
Sarei potuto tornare da Silvia e Davide e chiedere di chiamare il mio
numero… ma naturalmente il mio telefono era silenzioso e di certo non l’avrei
sentito vibrare, in un ambiente così vasto.
Forse era rimasto nel magazzino, dove l’avevo usato per un paio di
foto panoramiche. Aprii la porta, accesi la luce… ed eccolo là, il piccolo
bastardo, su un tavolo in mezzo a utensili, barattoli di smalto, cornici
smontate e altri oggetti meno identificabili.
Misi il telefono al sicuro nella tasca del giaccone e mi guardai
intorno. Il magazzino del Mufant – il Museo del Fantastico e della Fantascienza
di Torino – aveva perso gran parte del suo fascino caotico da quando era stato
sgombrato e riordinato, con la prospettiva di servire come laboratorio e come
ufficio. Ma c’erano ancora molte cose bizzarre e interessanti.
Per esempio, su un tavolino c’erano una dozzina di numeri di La Stampa
e Stampa Sera del luglio 1969, i giorni dell’Apollo 11. Ricominciai a
sfogliarli, leggendo i titoli e la prosa dell’epoca, provando un misto di
nostalgia, di divertito stupore per la loro ingenuità, e di fascinazione per
quel momento storico irripetibile. L’avevo vissuto anch’io, anche se avevo solo
quattordici anni e avevo visto i primi passi di Neil Armstrong non in diretta
ma in differita, alle otto del mattino del 21 luglio.
Quando mi ricordai di guardare l’orologio rimasi stupito: le 20.40. A
quel punto non avrei fatto in tempo a passare da Auchan, ma sulla via di casa
c’era il mio solito Carrefour aperto tutta la notte. Nessun problema.
Aprii la porta e spensi la luce del magazzino. Era molto buio, adesso.
Solo un debole chiarore filtrava dai lucernari. Potevo accendere le luci nel
salone, ma dopo qualche istante la mia vista si adeguò alla luce scarsa… e
ormai conoscevo l’ambiente come casa mia. Mi avviai cautamente verso l’uscita,
ma all’improvviso fui colto da un terribile sospetto, che divenne certezza
pochi istanti dopo.
La porta a vetri sulle scale era chiusa, con i maniglioni bloccati
dalla catena da bicicletta e dal grosso lucchetto che formavano un ulteriore
ostacolo contro eventuali intrusioni. Durante la mezz’ora precedente Silvia e
Davide, sicuri che io fossi uscito, avevano chiuso tutto e se n’erano andati a
casa. Sulle scale c’era luce, ma a quell’ora sicuramente non c’era più nessuno
nell’edificio, che al piano superiore ospitava un circolo di pensionati.
Presi il telefono e feci per chiamare Davide. Non accadde nulla: il
display rimase buio. Lo riavviai e dopo un fuggevole ritorno in vita il
messaggio “batteria completamente
esaurita” pose fine al mio tentativo.
Va bene, mi dissi. Cerchiamo un alimentatore e un cavo, sicuramente ce
ne saranno in ufficio. Mi girai verso l’ingresso della biblioteca e, nel buio,
il rapido lampeggiare di un led rosso su un muro, più in alto della mia testa,
mi fece ricordare un’altra cosa che avevo dimenticato.
L’antifurto! I sensori di movimento dovevano avere già fatto scattare
l’allarme. Forse proprio in quel momento i telefoni di Silvia e Davide stavano
ricevendo una chiamata automatica d’emergenza.
Non credo di essermi mai sentito così stupido in vita mia. Non potendo
fare altro, raggiunsi la biblioteca, accesi tutte le luci e sedetti a uno dei
tavolini, la testa fra le mani. Potevo solo sperare che Davide arrivasse prima
di polizia e carabinieri… e anche in quel caso ci sarebbero state delle
spiegazioni piuttosto imbarazzanti da dare.
Però, a pensarci bene, non doveva esserci anche un allarme acustico da
qualche parte? Non ero sicuro che ci fosse, ma non sentivo assolutamente nulla.
Era tutto molto silenzioso, perfino troppo.
Attesi per qualche minuto di udire una sirena in rapido avvicinamento,
o perlomeno il rumore di un’automobile che si fermava davanti all’ingresso,
sotto le finestre della biblioteca. Poi alzai cautamente una delle tapparelle
metalliche dietro l’angolo fra gli scaffali che fungeva da ufficio. Il piazzale
era completamente deserto, senza nemmeno un’auto parcheggiata.
Dopo un quarto d’ora cominciai a pensare che non sarebbe successo
niente. Dopo mezz’ora cominciai a esserne sicuro. Forse l’antifurto non
funzionava, o non era stato inserito? Dato che l’interruttore si trovava
nell’atrio vicino alla biglietteria, per me irraggiungibile, non avevo modo di
saperlo.
Va bene, Paolo, adesso che si fa?
Sapevo che l’uscita di emergenza, vicino alla sala video, era
ugualmente sbarrata. D’accordo, ero solo al primo piano, ma per il momento non
volevo prendere in considerazione l’idea di calarmi da una finestra, con il
rischio di rompermi una caviglia o di farmi arrestare o tutte e due le cose.
Cercai un cavo USB, ma non ne vidi nessuno. Silvia e Davide avevano portato via
anche i loro portatili. Ce n’era uno nella sala video, collegato al proiettore,
ma sapevo già che non andava in rete. In estrema sintesi, avevo un router wi-fi
che copriva tutta l’area del museo e nessun dispositivo da connettere per
comunicare con il mondo esterno.
Non si può essere così stupidi, mi dissi con determinazione. Però c’ero riuscito. Ero bloccato dentro il Mufant fino al primo pomeriggio del giorno dopo.
“Un museo è un posto strano”
diceva un personaggio in una vecchia storia di Jeff Hawke. E il Mufant è uno
dei più strani di tutti. Ormai dovevo accettare l’idea di trascorrere una notte
più o meno insonne fra alieni, mostri, maghi, draghi, dinosauri, robot e
scienziati pazzi riprodotti in tutte le forme e dimensioni. Potevo accendere le
luci, o rifugiarmi in una protettiva penombra, però sapevo che prima o poi
avrei dovuto stendermi in qualche modo e chiudere gli occhi. Ma come, e dove?
La sala video era l’unica in cui potevo spostare liberamente le sedie e il
tavolo. C’era anche una poltroncina imbottita, ma con lo schienale basso e
senza poggiatesta.
Non mi preoccupava la prospettiva di digiunare fino al pomeriggio
successivo. Avevo riserve abbondanti… Comunque cercai nel magazzino, trovando
solo una decina di bicchieri di plastica e nemmeno una bottiglietta d’acqua o
un sacchetto di patatine. Il progetto di realizzare un piccolo bar interno era
ancora sulla carta. Poco male, avrei bevuto acqua del rubinetto, e in quella
situazione dubitavo che avrei sentito la fame. Finché riuscivo a stare sveglio
non c’erano problemi a passare il tempo. Non con una biblioteca di diecimila
volumi, senza contare riviste e fumetti. Ma temevo di cadere addormentato di
colpo su uno dei tavolini di vetro.
Dopo aver girato un po’ a vuoto per le sale, accendendo e spegnendo le
luci intorno a me, mi venne l’idea di fare qualcosa di utile, qualcosa per
distrarmi e per non far sembrare completamente sprecato il tempo che ero
costretto a passare nel museo. Recuperai il cavalletto dal magazzino, montai la
fotocamera e cominciai a fare delle riprese che non potevo fare di giorno per
non intralciare i visitatori: con tempi lunghi, bassa sensibilità, diaframmi
chiusi e inquadrature minuziosamente corrette. Potevo mettere il cavalletto
dove volevo, accendere e spegnere gruppi di luci a soffitto e spostare come
volevo le lampade a stelo che erano sparse nei vari ambienti. Ebbi la
tentazione di rimuovere il plexiglas di alcune teche che non ero mai riuscito a
fotografare senza riflessi fastidiosi, ma la paura di danneggiarle fu più
forte, per cui mi limitai a illuminarle in maniera inconsueta. Peccato non avere
l’attrezzatura da studio, pensai: dopo i Japan Days avevo riportato a casa
lampade e ombrelli riflettori.
Lavorai con un certo entusiasmo forzato per quasi due ore, ma verso le
undici la stanchezza cominciò a farsi sentire. E non potevo negare che il
profondo silenzio intorno a me cominciava a darmi una sottile inquietudine.
Smanettando un poco avrei potuto accendere il video che, accanto alla figura
dello Scienziato Pazzo, durante il giorno proiettava “Frankenstein Junior”: ma
conoscevo il film a memoria, e non ero sicuro che le celebri battute del
doppiaggio italiano (“Lupo ululì, castello ululà”, “Si… può… fare!”, “Potrebbe
piovere”) avrebbero avuto un effetto salutare sui miei nervi ormai piuttosto
logori.
Se mi fermavo non sentivo assolutamente nulla, nemmeno i tipici
rumoretti di un edificio con una certa età e i termosifoni ormai freddi. Sapevo
che il Mufant, dopo l’orario di chiusura, era molto silenzioso. Ma cominciava a
sembrarmi strano che non si sentisse alcun rumore, né all’interno né dall’esterno.
Tornai nella sala video e sollevai una tapparella per guardare fuori, su via Reiss Romoli. La strada era deserta, nessun passante, nessuna automobile ferma al semaforo rosso… Mi allontanai dalla finestra con una sensazione di disagio che non riuscivo a mettere a fuoco. D’accordo, mi dissi, sono le undici e siamo ai confini della città… La zona è quella che è… Ma il sabato sera non dovrebbe esserci un po’ di movimento anche qui?
. . .
Mi rendevo conto di essere arrivato a quel punto della notte in cui quasi
non mi reggevo in piedi e gli occhi volevano chiudersi. Sbandando un poco,
andai in bagno, anche per bere un bicchier d’acqua, poi tornai verso la sala
video, facendo una tappa nel magazzino per prelevare tutti i drappi di velluto
nero usati per coprire i tavoli o come fondali. Spostai la poltroncina, girando
lo schienale contro il tavolo e, alla luce di una lampada a stelo, improvvisai
un cuscino per appoggiare la testa. La temperatura cominciava un po’ a calare.
Mi rimisi il giaccone, dopo avere svuotato le tasche di quello che poteva darmi
fastidio, e mi allungai sulla poltrona per quanto possibile, con i piedi
appoggiati su una sedia e le gambe avvolte in un altro pezzo di stoffa. Con la
testa nel cappuccio mi sembrava quasi di essere in un sacco a pelo. In realtà
non ero mai riuscito a dormire bene in un sacco a pelo, ma adesso avevo solo
bisogno di restare immobile e chiudere gli occhi…
Prima di spegnere la luce guardai l’orologio: era già domenica, da quasi dieci minuti.
. . .
Mi risvegliai di soprassalto, con la sensazione di cadere. Ma in
realtà non mi ero quasi mosso e la mia posizione sembrava ancora abbastanza
stabile. Lasciai calmare l’accenno di tachicardia che mi aveva colto, mentre
scrutavo la penombra della sala; una luce fioca entrava dallo spiraglio della
tapparella che non avevo abbassato completamente. Ero convinto di avere dormito
pochi minuti. Guardai le lancette debolmente luminose dell’orologio e, con
enorme stupore, vidi che erano le 3.55. Incredibile! Avevo dormito come un
masso per quasi quattro ore in una posizione così scomoda?
Allungai la mano fino alla lampada, toccai l’interruttore e… non
accadde nulla. Mancava la corrente? Da quanto? Ricordai che una volta, durante
una conferenza, c’era stata un’interruzione e intorno al Mufant si era
scatenato un autentico concerto di allarmi antifurto. Adesso, però, tutto era
silenzioso come prima.
Mi districai a fatica dal sacco a pelo improvvisato e mi rimisi in
piedi con cautela. Ero ancora un po’ stordito, ma un ampio assortimento di dolori
articolari mi aiutò a svegliarmi. Feci qualche passo verso la finestra e
guardai all’esterno.
Un saggio ha detto, giustamente, che è difficile vedere le cose ovvie.
Io ci misi un bel po’ di tempo per accorgermi di qualcosa che, a ripensarci,
non era affatto ovvio.
Via Reiss Romoli era deserta, come l’ultima volta che l’avevo vista.
Ma il semaforo era rosso sul passaggio pedonale e giallo sulla strada. Giallo
fisso.
Da vecchio fotografo dell’era analogica cominciai a contare i secondi
come si faceva prima dei timer elettronici: “milleuno, milledue, milletre…”. A
milledieci mi fermai. Il semaforo era bloccato sul giallo. Che cos’era
successo? C’era stata davvero un’interruzione di corrente che aveva impallato
la centralina? Non sapevo che cosa pensare.
Mi sentivo ormai abbastanza sveglio da non credere che sarei riuscito
ad addormentarmi di nuovo. Mancavano solo tre ore all’alba, anche se il cielo
plumbeo si sarebbe schiarito molto lentamente. Mi tolsi il giaccone,
lasciandolo sulle sedie, e mi avviai cautamente verso la porta, con
l’intenzione di arrivare fino al bagno e sciacquarmi con l’acqua fredda.
Quando mi affacciai sul corridoio dovetti fermarmi: lì il buio era
molto più profondo. Rimasi a scrutare l’oscurità, aspettando che la mia vista
si adeguasse al tenue chiarore che filtrava dai lucernari.
E in quel preciso momento mi giunse all’orecchio un suono caratteristico, inconfondibile anche a distanza in quel silenzio irreale: il cigolio della porta d’ingresso che si apriva sulle scale.
Il mio primo pensiero fu: “Alla buon’ora! Finalmente è arrivata la
polizia.”
Ma mi accorsi subito che c’era qualcosa di strano. Al cigolio dei
cardini della vecchia porta a vetri non aveva fatto seguito alcun rumore. Forse
non ero completamente sveglio, ma mi era difficile immaginare i poliziotti che
avanzavano silenziosamente nell’oscurità, per sorprendere una improbabile banda
di scassinatori assoldata da qualche collezionista pazzo allo scopo di
saccheggiare i tesori del Mufant.
Alla mia destra, la lontana estremità del corridoio che andava verso
la biblioteca non era più completamente buia. Ma c’era qualcosa che non mi
convinceva nel chiarore bianco-azzurro che filtrava dal corridoio d’ingresso.
Non sembrava affatto la luce di una o due torce elettriche, ma un bagliore
diffuso da una fonte ancora nascosta, che sembrava avvicinarsi all’angolo del
corridoio, a quasi trenta metri di distanza.
Se fossi rimasto dov’ero, sulla soglia della sala video, sarei stato
visibile appena gli intrusi, chiunque fossero, avessero svoltato l’angolo.
Ormai ero sicuro che non fossero poliziotti, e quella luce mi sembrava sempre
più strana.
Mi diressi nella direzione opposta, verso l’angolo del corridoio alla
mia sinistra, per poi svoltare a destra, verso il salone centrale. Da lì potevo
vedere un tratto del corridoio d’ingresso, solo debolmente illuminato dal
chiarore che stava diminuendo. Gli intrusi dovevano essere arrivati all’altro
corridoio, quello da cui ero appena venuto.
Per qualche attimo pensai di camuffarmi tra la sfilata di costumi di
Star Wars, ma poi decisi di nascondermi dentro il Tardis: la porta era aperta.
Peccato che non fosse “più grande dentro
che fuori” come l’originale in Doctor Who, ma era sufficiente per fornirmi
un buon punto d’osservazione. Entrai, chiusi la porta e lasciai parzialmente
aperto il portello con il simulacro del telefono, all’altezza dei miei occhi.
Nel corridoio, oltre la
soglia del salone, il chiarore continuava a
farsi più vivido, fino a diventare una luce intensa, dalla tonalità fredda, che
sembrava venire dall’alto, vicino al soffitto. Ora sentivo chiaramente dei
passi che si avvicinavano.
Ci fu un attimo di silenzio. In quella luce spettrale tutto era
immobile. Io trattenevo il respiro. Poi sul pavimento si disegnarono due ombre
allungate, e due figure in controluce apparvero sulla soglia, accanto alla
consolle del Tardis.
Erano un uomo e una donna. Sembravano molto giovani. Di corporatura
sottile, indossavano delle semplici tute aderenti di colore grigio-argento.
Fermi sulla soglia, si guardarono intorno, nella luce che delineava le loro
sagome, e io notai che non sembravano molto diversi l’uno dall’altra. La donna,
che sembrava quasi un’adolescente, si distingueva dal suo compagno solo per un
accenno di seno e fianchi appena più pronunciati. Avevano circa la stessa
statura, e mi parvero leggermente più piccoli di me.
Continuavano a guardarsi intorno con aria perplessa, scambiandosi
qualche parola in una lingua irriconoscibile. Io continuavo a notare i dettagli
del loro aspetto. Avevano entrambi capelli corti, tagliati allo stesso modo;
quelli del ragazzo erano di un biondo chiarissimo, quasi argenteo; la ragazza
aveva una capigliatura di un rosso vivo. La pelle bianca e compatta mi fece
pensare a un trucco teatrale; i tratti erano indefinibili, con qualcosa di
europeo, qualcosa di orientale e qualcosa che non riconoscevo. Sembravano due
cosplayer… Ma che personaggi stavano interpretando? E che ci facevano due
cosplayer dentro il Mufant alle quattro del mattino? Sapevo che c’erano dei
personaggi davvero eccentrici in quell’ambiente, ma sarebbe stata una burla
troppo elaborata e rischiosa, se lo scopo era quello di girare un video da
mettere su YouTube.
I due mossero qualche passo nel salone, e la fonte di luce li seguì.
Quando apparve oltre la soglia rimasi allibito. Era una sfera di luce del
diametro di forse mezzo metro, sospesa nell’aria a pochi centimetri dal
soffitto. Si abbassò per oltrepassare la soglia, poi tornò a librarsi alla
stessa altezza. Il tutto nel silenzio più assoluto. Non poteva essere un drone.
Il ragazzo guardò verso il Tardis, ora illuminato direttamente, mi
vide, e restò immobile a fissarmi. Il mio volto pallido doveva spiccare nella
cornice della cabina telefonica. Decisi che era il momento di uscire.
Ero stupito e turbato dalla stranezza della situazione, e mi rendevo
conto che stavo vedendo qualcosa di straordinario; ma non ero davvero
spaventato. I due ragazzi non portavano alcuno strumento; non riuscivo a
immaginare che fossero pericolosi.
Mentre facevo qualche passo verso di loro vidi che erano davvero molto
magri, con lunghe dita affusolate. Gli occhi avevano un taglio orientale:
quelli del ragazzo erano grigi, quelli della ragazza di un verde brillante. La
pelle così chiara sembrava naturale, vista da vicino. C’era una discreta
somiglianza fra i loro volti.
“Chi siete?” domandai con la voce più ferma che mi fosse possibile in
quel momento. Il ragazzo mi guardò immobile, la ragazza scosse la testa in
maniera quasi impercettibile. Provai con l’inglese, parlando lentamente e
staccando le parole.
“Who are you?”
I due si scambiarono un’occhiata, poi la ragazza fece eco alla mia
domanda.
“Who are you?”
La frase era troppo breve per individuare un accento. Ci pensai un
attimo, poi risposi “My name is Paolo”, e dopo averci pensato un altro po’, per
trovare le parole, aggiunsi:
“Sono un collaboratore di questo museo.”
Questa volta fu il ragazzo a parlare, con una cautela simile alla mia.
“Non pensavamo di trovare qualcuno qui durante di notte.”
“È stato uno sbaglio” cercai di spiegare. “I… proprietari… del museo
sono andati via pensando che io fossi già uscito.”
I due ragazzi si guardarono di nuovo, senza parlare.
“Ma voi chi siete?” provai a insistere.
Sembrarono pensarci a lungo, poi la ragazza rispose: “Io mi chiamo
Kleendar”.
Il ragazzo la imitò: “Io mi chiamo Jeran”.
(Ho trascritto i nomi foneticamente: Kleendar, pronunciato con una “i”
molto lunga, sembrava inglese, mentre Jeran sembrava francese, sia nel suono
che nell’accento sulla seconda sillaba.)
A questo punto ci fu un’altra pausa di silenzio imbarazzato. La
domanda successiva toccava a me.
“Da dove venite?”
Questa volta non risposero, ma parlarono a bassa voce fra di loro. La
lingua aveva un suono veramente strano, almeno alle mie orecchie. Somigliava al
giapponese nel tono e nella cadenza, ma alcuni suoni mi ricordavano le lingue
slave. Altri non mi ricordavano nulla
che avessi mai sentito.
Dopo almeno mezzo minuto, parte del quale trascorso in silenzio con
un’aria attenta, come se stessero ascoltando qualcosa che io non potevo udire,
la ragazza rispose:
“Veniamo da un luogo molto lontano da qui.”
“Questo lo avevo capito” risposi immediatamente, e la conversazione si
arenò di nuovo. Il loro inglese era corretto, pronunciato con cura, ma con un
accento indefinibile. Probabilmente il mio non era molto meglio, dato che erano
anni che non avevo occasione di parlarlo.
Nel frattempo continuavo a guardarli. Il loro aspetto era chiaramente
umano, anche se piuttosto androgino. Passai in rassegna le varie alternative
classiche per un appassionato di fantascienza, e provai a sondarli.
“Venite dal futuro?”
“Dal futuro?” replicò la ragazza con espressione stupita. “Oh, no. Non
esattamente.”
Avrei sentito quella risposta, “not
exactly”, numerose altre volte, quella notte.
“Venite da un altro pianeta?”
Non risposero subito, ma non parlarono nemmeno fra loro. Ascoltarono
una voce silenziosa, forse nelle loro menti, poi il ragazzo disse: “Non
possiamo parlarne.”
In italiano la frase sarebbe parsa ambigua, ma in inglese era inequivocabile:
“We may not tell
about that.”
Dunque, venivano da un altro pianeta. Un pianeta con una comunità
umana extraterrestre?
O erano degli androidi creati per l’occasione da alieni non umani?
Ma se fossero stati solo dei replicanti, dei simulacri temporanei,
perché creare un androide e una ginoide? Ora che li guardavo da vicino in piena
luce, potevo notare che le tute attillate non nascondevano più di tanto dei
dettagli perfettamente naturali. Certo, avevano qualcosa di insolito, che
poteva far pensare a modifiche genetiche e a una progressiva deviazione dalla
linea ereditaria comune fra noi e loro. Mi colpiva in particolare il loro
aspetto slavato. Non erano albini, ma l’estremo pallore e i capelli quasi
bianchi del ragazzo sembravano indicare una vita trascorsa in un ambiente
artificiale. Anche la ragazza aveva solo due note di colore – gli occhi e i
capelli – ma per il resto appariva sbiadita come il suo compagno. Le
sopracciglia di entrambi erano appena accennate. Le labbra erano sottili ed
esangui. Tuttavia non avevano nulla di realmente alieno. La domanda mi venne
del tutto spontanea.
“Ma voi due… siete realmente… umani?”
Questa volta fu il ragazzo a mostrarsi stupito. Mi guardò con aria
incredula, poi rispose:
“Che cosa dovremmo essere?”
Il modo in cui lui e la sua compagna rispondevano, alternandosi senza
mai sovrapporsi, mi ricordava alcune coppie di gemelli che avevo conosciuto in
passato. Così provai con un’altra domanda.
“C’è una somiglianza fra di voi. Siete imparentati?”
“Cosa?”
“Siete… fratello e sorella, per esempio?”
I due si guardarono, poi fu la ragazza a rispondere.
“No… Non esattamente.”
. . .
Eravamo ancora là, a guardarci in silenzio, dentro quella bolla di
luce circondata dall’oscurità del museo. Ormai ero convinto di avere di fronte
a me dei lontani discendenti della Terra, con i quali potevo comunicare, a
fatica, usando una lingua che non apparteneva a nessuno di noi.
I visitatori non sembravano avere alcuna fretta. Mi chiedevo quali
pensieri attraversassero le loro menti, dietro quegli occhi che mi scrutavano
con tranquilla sicurezza. E mi chiedevo se fossero soltanto loro a scrutarmi.
“Perché siete qui?”
Ancora quella strana esitazione prima di rispondere.
“Siamo interessati a questo luogo” disse Kleendar.
“Perché? Per quale ragione?”
“Perché contiene una collezione di libri e oggetti che non potremmo…
esaminare in un altro modo” rispose Jeran.
“Che significa?” domandai impulsivamente, un attimo prima di capire
ciò che era sottinteso in quella risposta. La domanda seguente fu altrettanto
impulsiva.
“Voi avete accesso a Internet?”
“Sì, certo.”
Credo di essere sbiancato di colpo. Il pensiero che questi e forse
altri osservatori alieni usassero account fittizi su Facebook, Instagram e
Twitter era a dir poco raggelante. Pensai alle pagine della NASA, invase dai
deliri dei terrapiattisti e dei fanatici che negavano le missioni lunari. E
quello era solo il primo caso che mi veniva in mente. Per un attimo mi sentii
sprofondare. Mi venne perfino la tentazione di scusarmi per l’immagine che la
nostra civiltà stava dando di sé stessa; poi il senso del ridicolo mi trattenne
dal farlo. Rimasi in silenzio, ma la mia espressione doveva essere
significativa anche ai loro occhi.
Per reagire in qualche modo all’imbarazzo che provavo mi spostai di
qualche passo, tornando verso il corridoio. Kleendar e Jeran mi seguirono,
seguiti a loro volta dalla luce sospesa sopra le loro teste. Mi era venuta una
vaga idea di fare da guida, anche se forse non ne avevano bisogno.
Proseguii fino alla sala video, ma a quel punto i due ragazzi si
fermarono. Me ne accorsi e mi fermai anch’io. In quel momento ebbi
l’impressione di udire dei rumori lontani, in direzione della biblioteca.
Allarmato, mi voltai verso di loro e chiesi: “Siete venuti qui… da
soli?”
“No, non esattamente” rispose Kleendar guardando verso l’oscurità,
alle mie spalle.
Seguii il suo sguardo. Alla fine del lungo corridoio il buio sembrò
condensarsi in qualcosa che non aveva ancora una forma. Era solo una vaga
sensazione di movimento, al limite della mia visione.
Poi l’oscurità aprì due occhi gialli che mi fissarono. Io rimasi come
paralizzato, mentre il cuore sembrava fermarsi.
“Non avere paura” disse la ragazza. “Lei è la nostra pilota.”
“L-lei?” riuscii a chiedere, non so con quale voce.
“Sì” rispose il ragazzo. “Non ricordo la parola esatta, ma in questo
momento è in una fase femminile.”
Mentre la
guardavo, come in un sogno assurdamente nitido, riconobbi con assoluta certezza
l’entità che emergeva lentamente dal buio. Non potevo sbagliarmi: nel
museo ce n’erano almeno due raffigurazioni approssimative. Ma quei disegni,
frutto dei ricordi di un testimone confuso e spaventato, non mi avevano
preparato alle impressioni che provavo in quel momento. Ciò che prendeva forma
di fronte a me era una creatura enorme, ma che si muoveva con singolare
leggerezza, come se non fosse completamente solida. E c’era una bizzarra
eleganza nelle sue proporzioni, solo in parte umanoidi.
Camminava lentamente, un po’ curva in avanti, e questo le dava un
aspetto ancora più minaccioso. Ma quando si fermò, a qualche metro da me, e si
alzò in tutta la sua statura, mi resi conto di qual era la ragione di
quell’andatura: era talmente alta che le creste ossee sulla sua testa
sfioravano il soffitto del corridoio. Non indossava una tuta come i suoi
compagni umani; sembrava anzi non indossare quasi nulla, tranne la sua
luccicante livrea naturale color verde smeraldo. Portava stivali grigio-argento
dalla pianta molto larga, una specie di cintura e due bracciali dorati, vicino
alle articolazioni intermedie degli arti superiori. Le mani avevano sette… no,
otto dita, due delle quali sembravano opponibili alle altre. Non erano palmate,
ma forse i piedi lo erano, a giudicare dalla forma delle calzature.
La creatura aliena mi scrutò dall’alto in basso con i suoi grandi occhi dorati, poi volse lo sguardo verso i due compagni. Mi parve di udire un sibilo modulato; la bocca era socchiusa, immobile. Kleendar e Jeran risposero nella loro lingua. Dopo qualche istante si girò e tornò sui suoi passi, verso l’estremità del corridoio, lasciandomi solo una vaga sensazione di calore sul volto, come se fosse avvolta da un bozzolo di aria calda. La guardai svanire nell’oscurità, muovendosi con una sinuosa eleganza, e mi chiesi come fosse riuscita a evitare, nel buio, le teche allineate nel corridoio d’ingresso del Mufant.
. . .
Dopo quell’incontro la notte assunse le cadenze del sogno a occhi
aperti. Mi sentivo sospeso, senza ansia o paura, ma solo in parte consapevole
di ciò che mi circondava. Delle due ore successive non ricordo molto, tranne
immagini staccate e confuse. So che a un certo punto chiesi ai due visitatori
se non si poteva riavere l’illuminazione. Kleendar rimase un attimo assorta,
poi mi disse: “Prova”. Andai a premere gli interruttori del salone centrale, e
di colpo la luce familiare illuminò una scena improbabile: i due extraterrestri
che esaminavano la sfilata dei costumi di Star Wars – e sembravano farne parte
a pieno titolo. La loro fonte di luce impallidì, ma rimase accesa. La sfera
continuava a mostrare un contorno nebuloso, sfumato. Quando si spostò sopra il
manichino dello Scienziato Pazzo sembrò un elemento della messa in scena. Solo
allora notai la mia macchina fotografica: era ancora sul cavalletto in mezzo al
salone, dove l’avevo lasciata. Senza farmi notare provai ad accenderla, ma la
fedele Pentax non diede segni di vita. Me lo aspettavo, purtroppo. Non avrei
avuto immagini da mostrare al mondo – ammesso che potessi riprenderli e che mi
lasciassero le schede di memoria, naturalmente.
Kleendar e Jeran esaminarono con grande attenzione le varie sale,
talvolta rivolgendomi qualche domanda. Mi sembrarono particolarmente
interessati ai Borg della sala Star Trek e alle copertine delle storiche
riviste pulp degli anni ’30 e ‘40.
Poi si installarono nella biblioteca e cominciarono a prendere libri, a
sfogliarli rapidamente e a rimetterli al loro posto, in maniera apparentemente
casuale, anche se attingevano soprattutto alla collezione di libri inglesi e
americani appartenuta a Riccardo Valla. Di nuovo ebbi l’impressione che ciò che
vedevano fosse condiviso con dei controllori o supervisori a distanza. Li
lasciai alle loro ricerche e vagai come un sonnambulo negli altri ambienti del
museo, fermandomi di tanto in tanto per qualche minuto nella penombra della
sala video.
Durante uno dei miei giri senza meta vidi la creatura aliena china a
osservare le teche del Centro Italiano Studi Ufologici. Sembrava guardare con
aperta disapprovazione la caricatura di un individuo della sua specie che
illustrava un celebre caso degli anni ‘70. Avrei dato qualsiasi cosa per
riprendere quella scena!
Vista in piena luce, l’aliena era strana, gigantesca, ma non
mostruosa. Aveva anzi una sua bizzarra armonia di forme e di movenze. Si volse
verso di me con aria pensosa, e il suo sguardo mi ricordò, inevitabilmente,
quello di un grosso gatto. Ebbi la tentazione di rivolgerle la parola, ma era
ovvio che non potevo capire, e nemmeno udire, il suo linguaggio, e che con
tutta probabilità lei non era in grado di capire il mio. Si allontanò verso il
corridoio d’ingresso, chinandosi per oltrepassare la soglia, e da qual momento
non la vidi più.
Un po’ di tempo dopo (sul mio orologio erano quasi le sette) chiesi di
lei ai due umani, che continuavano a sfogliare un libro dopo l’altro a velocità
impressionante. Jeran mi rispose che era tornata a bordo del suo veicolo,
perché era stanca di grattare il soffitto con le creste. Kleendar aggiunse,
senza distogliere lo sguardo da un’antologia di Murray Leinster: “Ha anche
detto che i disegni nella sala grande e all’ingresso le sembrano di pessimo
gusto”.
E su questo, dopo avere visto dal vivo un’aliena rettiloide, potevo essere tranquillamente d’accordo.
Già: il loro veicolo. Dov’era? Forse era atterrato accanto al museo,
magari protetto da un campo di forza che lo rendeva invisibile?
Nella biblioteca c’era una finestra con la tapparella sollevata di
mezzo metro. Ma non volevo farmi vedere dai due visitatori. Entrai invece nella
Sala Horror, che quella notte avevo preferito evitare; ma era improbabile che
adesso l’effigie di Freddy Kruger e la parete di teste mozzate potessero farmi
impressione. Mi avvicinai a una delle finestre e scostai la carta blu notte che
la schermava, in modo da guardare fuori, verso il piazzale.
Eccolo lì. Il più classico dei dischi volanti, a forma di piatto
rovesciato, con una graziosa cupola emisferica, placidamente parcheggiato
davanti all’ingresso del museo. Occupava tutto lo spazio fra la cancellata a
sinistra e gli alberi a destra. Era atterrato con estrema precisione accanto ai
lampioni che ora lo illuminavano in pieno, perfettamente visibile dalla strada.
Ma dov’erano le volanti di polizia e carabinieri che a quell’ora avrebbero
dovuto circondare il piazzale con le loro luci lampeggianti? Dov’era la piccola
folla di spettatori con i telefonini spianati a riprendere la scena?
E perché era ancora così buio?
Mentre contemplavo quello scenario improbabile c’era qualcos’altro
nella mia mente, qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco… Un dettaglio che
avevo visto in precedenza, quando mi ero svegliato.
Il semaforo. Ecco che cos’era. Il semaforo.
Silenziosamente mi avviai verso la sala video, passando attraverso il
salone centrale. Kleendar e Jeran erano sempre nella biblioteca, intenti a
scorrere un libro dietro l’altro.
Mi affacciai alla finestra sulla strada. Il semaforo era rosso, ora. A
quanto pareva, aveva ripreso a funzionare. C’erano due auto ferme sull’altra
corsia, e una ferma davanti a me… a venti metri dalla linea di arresto. Perché
non era arrivata al semaforo? Non c’era motivo per fermarsi prima.
Rimasi a guardare, in attesa che il semaforo diventasse verde. Rimasi
a guardare a lungo, molto a lungo, prima di arrendermi all’evidenza.
Non era solo il fatto che il semaforo restasse rosso. C’era un’altra
cosa, e ci vollero alcuni minuti prima di esserne sicuro. Era una cosa tanto
sconvolgente quanto impercettibile a prima vista.
L’automobile non era ferma. Stava avanzando verso l’incrocio… alla
velocità di alcuni millimetri al secondo. In cinque o sei minuti non aveva
percorso più di due metri. Ma si era mossa da quando avevo cominciato a tenerla
d’occhio: ne ero sicuro grazie a una macchia scura sull’asfalto che la sua
ruota anteriore destra aveva raggiunto e superato.
Nonostante la vertigine che mi stava cogliendo, ero ancora capace di
fare dei calcoli approssimativi. Quella macchina stava frenando per fermarsi al
semaforo rosso: probabilmente si muoveva ancora a una decina di chilometri
orari – tre metri al secondo, più o meno. Ma, dal mio punto di vista, in un
secondo percorreva meno di un centimetro. C’era un’unica spiegazione,
incredibile ma coerente con tutto ciò che era accaduto quella notte.
Il mondo esterno, fuori dal Mufant, mi appariva rallentato di almeno
tre o quattrocento volte. Da quando avevo guardato fuori dalla finestra, al mio
risveglio, forse il semaforo non aveva ancora completato un ciclo: dal giallo
era passato al rosso, ed era ancora rosso.
Ecco perché nessuno aveva ancora segnalato il disco volante! Nel mondo
esterno era apparso da mezzo minuto, forse meno. Sempre ammesso che fosse
visibile fuori dalla bolla di tempo alterato in cui erano racchiusi il museo e
il piazzale antistante.
. . .
Quanto sarebbe durata quella notte?
Il significato di quei calcoli mi colpì all’improvviso e mi lasciò
stordito, seduto sulla poltroncina ancora accostata al tavolo coperto di
velluto nero.
Che ora era nel mondo esterno?
Non avevo modo di saperlo. Potevano essere le quattro, ma più
probabilmente era un’ora compresa fra le undici della sera prima e le tre e
mezza del mattino. Ripensai all’allarme che non suonava, al silenzio assoluto,
alla completa perdita dei contatti che aveva preceduto l’interruzione della
corrente. Forse il Mufant era stato isolato dal mondo esterno poco dopo che
Silvia e Davide erano usciti.
Quanto sarebbe durata quella
notte?
La mia mente sembrava paralizzata dallo stupore. Stentavo a fare le operazioni più semplici. Con enorme fatica calcolai che, nella migliore delle ipotesi, la notte sarebbe durata ancora… 3 per 300… 900 ore, cioè… 24 per 30 fa 720, ne restano 180… quindi… 37 giorni e mezzo!
No, era impossibile. Il disco volante non sarebbe rimasto visibile (ma era visibile?) per più di pochi minuti. Ma anche in quel caso, quella notte che ormai mi sembrava infinita per me sarebbe durata più di ventiquattro ore. I due umani avevano bisogno di mangiare e dormire? Non ne ero affatto sicuro.
Mi pareva di essermi ridestato dal sogno, ma il prezzo era l’ansia improvvisa che mi faceva tremare le mani. Avevo i brividi. Scattai in piedi, camminai in cerchio per un po’, quindi mi avviai verso la biblioteca, con la speranza di trovarla vuota. La speranza, e il timore, che fosse tutto uno strano sogno.
. . .
Non era un sogno. I due visitatori erano sempre là, tranquillamente
intenti al loro compito. Jeran scorreva i titoli dei libri, Kleendar sfogliava
accigliata un romanzo di Larry Niven.
“Quanto tempo vi serve?”
Nessuno dei due parve udire la mia domanda.
“Per quanto tempo rimarrete qui?” chiesi a voce più alta, in tono lievemente
isterico.
Kleendar sollevò la testa e mi guardò stupita.
“Quanto tempo vi serve per la vostra missione?”
Lei rimase assorta per qualche istante, poi sorrise e rispose in tono
divertito.
“Oh, il tempo non è un problema,” disse, e fece una brevissima pausa
prima di continuare con una battuta che nella mia mente ebbe un suono molto
familiare, e al tempo stesso raggelante. Non poteva essere una citazione
casuale: doveva averla letta poco prima in uno di quei libri.
“Abbiamo molto, molto tempo. Tutto il tempo del mondo.”