A causa dell’emergenza sanitaria in corso, e delle recenti nuove restrizioni, abbiamo raggiunto il numero massimo di partecipanti con prenotazione obbligatoria. Purtroppo non si potrà assistere alla cerimonia senza prenotazione, ma per permettere a chiunque lo desideri di partecipare, il Mufant organizza una diretta facebook dell’intera cerimonia.
Finalmente siamo arrivati ad uno dei momenti più attesi da un numero altissimo di amici, collaboratori, estimatori di Riccardo Valla e certamente da noi in quanto “museo del fantastico e della fantascienza” Sabato 17 ottobre alle ore 10,30 si svolgerà la cerimonia istituzionale di intitolazione della nuova Piazza Riccardo Valla. Un iter, perseguito con costanza dal museo, che ha portato alla intitolazione di una piazza pubblica di Torino, quella sulla quale si affaccia l’ingresso del Mufant, alla memoria di una delle figure di riferimento della fantascienza italiana. Già dal nostro primo incontro, quando il Mufant aveva appena due anni di vita e tutta un’altra sede, Riccardo Valla si è entusiasmato al progetto museale divenendone un forte sostenitore. Quando, nel pieno della nostra collaborazione, è venuto improvvisamente a mancare lasciandoci orfani di ciò che consideravamo un grande maestro, ci siamo attivati per mantenere in vita la sua memoria e con essa il suo prezioso lavoro di ricerca. Sabato 17 si corona quindi quello per il museo è stato uno dei progetti di maggior successo: la nostra sede non sarà più in via Reiss Romoli, ma in piazza Valla! Una piazza che nel corso dell’ultimo anno è stata fortemente riqualificata grazie al patto di collaborazione Co-City stretto fra il Mufant e la Città di Torino e che, per i prossimi anni, continuerà ad evolversi accogliendo “bellezza” attraverso l’immaginario fantascientifico e i suoi protagonisti per trasformarsi in un vero e proprio parco d’arte, dedicato al Fantastico.
Intervengono alla cerimonia:
Viviana Ferrero, Vicepresidente del Consiglio Comunale, Città di Torino
Marco Novello, Presidente V Circoscrizione
Carlo Maria Valla, figlio di Riccardo Valla
Davide Monopoli, co-direttori Mufant, museo del Fantastico di Torino
Massimo Scorsone, saggista, collaboratore di Riccardo Valla.
Saranno presenti Gabriella ed Andrea Valla.
Diretta facebook a cura di Silvia Casolari, codirettrice Mufant. Interviene Paolo Bertetti, coordinatore scientifico Mufant.
DOVE:
il grande piazzale pubblico
antistante il museo Mufant. L’area è oggetto di un Patto di
Collaborazione CO-CITY fra MUFANT e Città di Torino.
MUFANT, Museo del Fantastico e della Fantascienza Via Reiss Romoli 49 bis – Torino
QUANDO: dall’11 luglio al 26 settembre in programma 16 giornate.
Incontri, presentazioni, passeggiate letterarie, momenti musicali, laboratori creativi con artisti per famiglie con bambin*, performance artistiche, attività di giardinaggio e garden design partecipato e, a concludere la manifestazione, Loving the Alien Fest, un festival di tre giornate dedicato al Fantastico ed alla Fantascienza con una grande mostra per i 25 anni di Sailor Moon.
L’insieme degli appuntamenti è organizzato su tre direttrici alle quali sono dedicate diverse giornate ciascuna.
La rigenerazione e il paesaggio urbano: i GREEN DAYS
L’identità di genere e l’inclusione sociale: gli X DAYS e il FESTIVAL
L’arte contemporanea partecipata: i FANTALAB e le FANTANIGHT
I GREEN DAYS: una serie di 3 appuntamenti dedicati al tema dell’ambiente, del verde e della riqualificazione urbana. Prevedono: incontri con architetti del paesaggio, esperti di fantascienza ambientale, scrittori di letteratura fantastica, flash mob co-partecipati e laboratori per bambin*. Giorno e orario: sabato, ore 16,00–19,00.
Gli X DAYS: una serie di 3 appuntamenti dedicati all’identità di genere e all’inclusione sociale ispirati alla protagonista dell’anime giapponese Sailor Moon, icona della comunità LGBTQ internazionale. Prevedono: incontri con collezionisti e fumettisti esperti del manga; inaugurazioni di due nuove opere di arredo urbano del parco; performance artistiche; reading; incontri con esperti di tematiche relative all’identità di genere. Giorno e orario: sabato, ore 16,00–19,00.
I FANTALAB: “I portatori di luce”. Si tratta di 4 appuntamenti rivolti a famiglie con bambin* finalizzati a “scoprire” il Parco e le sue statue per poi “reinterpretarle” in modo artistico. Gli appuntamenti sono curati da Ilenia Berra e Sergey Kantsedal e sono condotti dall’artista Stefano Fiorina. Il progetto “I Portatori di Luce” di Stefano Fiorina nasce nel 2019 durante una residenza nel quartiere Torpignattara di Roma, in cui l’artista ha indagato la figura dell’eroe traendone un espediente narrativo che celebra tutte quelle persone che ogni giorno si battono per rendere il posto in cui vivono, o nel quale si sono trovati a vivere, migliore. L’attività è preceduta da una breve visita guidata alle Statue del Parco per scoprire i personaggi fantastici riprodotti in ognuna di esse. Nel laboratorio sono poi realizzati i manufatti artistici: costumi e maschere ispirati agli eroi, ai miti e ai personaggi del mondo fantastico delle statue, attraverso attività di riciclo creativo. Giorno e orario: giovedì, ore 15,30-19,00.
Le FANTANIGHT :“Trame di Clorofilla dal terzo millenio nel Parco del Fantastico”. Il Parco del Fantastico per 3 serate estive si animerà di voci, suoni e immagini ispirate al tema ambientale. Gli appuntamenti sono curati dal duo artistico Fannidada. La lettura di brani dai racconti distopici e surreali degli scrittori e delle scrittrici di fantascienza J.G. Ballard, Ursula K. Le Guin e P. K. Dick, condurrà il pubblico in una passeggiata notturna nel Parco. Videoproiezioni erranti proiettate sulla vegetazione e sui muri accompagnate da session di musica jazz live. Giorno e orario: venerdì, ore 21,00-23,00.
IL FESTIVAL: dal 18 al 20 settembreLoving the Alien Fest, festival dedicato al Fantastico Moderno, ma anche all’inclusione sociale e alla rigenerazione urbana. Un ricco calendario di appuntamenti all’aperto nel parco con stand tematici, incontri, workshop, musica acustica dal vivo, conferenze e video-conferenze con ospiti nazionali e internazionali.
Calendario
complessivo della manifestazione
Una
rassegna estiva il cui obiettivo prioritario è quello di rendere
stabilmente vitale e frequentata l’area che ambiziosamente abbiamo
battezzato ‘Parco del Fantastico’.
Estate al Parco del Fantastico è una manifestazione rivolta primariamente ad un pubblico di prossimità, ma capace anche di porsi, in prospettiva, come nuova attrattiva turistica estiva per Torino. E’ pensata per diventare un appuntamento costante e ripetibile negli anni a venire e per definire un nuovo ‘posizionamento’ urbano dell’intera area: da giardino in parte degradato a nuovo polo culturale capace di dare nuova identità al quartiere.
GIOVEDì 9 LUGLIO Ore 15,30-19,00 FANTALABS: “I portatori di luce” Laboratorio creativo condotto dall’artista Stefano Fiorina. Adatto a famiglie con bambin* fra 6 e 12 anni.
SABATO 11 LUGLIO Ore 16,00-19,00 GREEN DAYS: PIANTIAMOLA! Adotta una pianta del Parco del Fantastico e piantala insieme a noi! Flash mob per la messa a dimora collettiva di 80 arbusti nelle aiuole. Introduce Ferruccio Capitani, architetto paesaggista di AIAPP- Piemonte Valle d’Aosta. Presentazione e reading di EVE, il risveglio dei ricordi dimenticati, romanzo di fantascienza ecologica (Edizioni Bookabook). Intervengono l’autore Giovanni Torchia e Cristian Carlone, traduttore e professionista del settore “ambiente”. “Dalla mia finestra”, percorso fotografico a cura di Altra Mente. Le fotografie realizzate da ragazz* dei Centri Giovani La Valle della Luna e Il senno di Orlando durante il lockdown. PsicoLab Altra Mente, il gruppo di psicologi di Altra Mente, in sintonia con l’iniziativa dei Patti di collaborazione per una Torino antirazzista promossi da Città di Torino, presenta gli XDAYS estivi, una serie di iniziative dedicati al tema della discriminazione sessuale. In collaborazione con: AIAPP – sezione Piemonte Valle d’Aosta, Co-city Torino, Altra Mente.
GIOVEDì 16 LUGLIO Ore 15,30-19,00 FANTALAB: “I portatori di luce” Laboratorio creativo condotto dall’artista Stefano Fiorina, in collaborazione con Ilenia Berra e Sergey Kantsedal. Adatto a famiglie con bambin* fra 6 e 12 anni.
GIOVEDì 23 LUGLIO Ore 15,30-19,00 FANTALABS: “I portatori di luce” Laboratorio creativo condotto dall’artista Stefano Fiorina, in collaborazione con Ilenia Berra e Sergey Kantsedal. Adatto a famiglie con bambin* fra 6 e 12 anni.
VENERDì 24 LUGLIO ORE 21,00-23,00 FANTANIGHT: “Trame di Clorofilla dal terzo millennio” Serata con musica, proiezioni itineranti e letture da James Ballard a cura del duo artstico Fannidada e con la musica dal vivo dei Cetri. In collaborazionecon Associazione Citofono N°1.
DOMENICA 26 LUGLIO Ore 16,00-19,00 GREEN DAYS: Passeggiata letteraria nel Parco e labs creativi. Un itinerario a tappe nel Parco con reading condotto da scrittori e scrittrici torinesi di letteratura fantastica.
– Cristina Converso presenta L’uomo della radura, Buendia Books. Reading a cura di Silvia Casolari.
Francesca Mogavero, editrice Buendia, presenta il prossimo romanzo in uscita dell’autrice, l’eco-thriller La foresta fossile.
– Alessandro Del Gaudio presenta Anello d’Ombra, edizioni Il Foglio. Reading a cura di Silvia Casolari.
– “La Paura Trema Contro tra cinema e letteratura”. Con il regista del film Pupi Oggiano, lo sceneggiatore Gabriele Farina e reading a cura di Chiara Civitillo.
Presso lo stand Mufant: laboratorio creativo per bambin* “Costruisci la statua del Parco del Fantastico”.
GIOVEDì 30 LUGLIO Ore 15,30-19,00 FANTALAB: “I portatori di luce” Laboratorio creativo condotto dall’artista Stefano Fiorina, in collaborazione con Ilenia Berra e Sergey Kantsedal. Adatto a famiglie con bambin* fra 6 e 12 anni.
VENERDì 31 LUGLIO ORE 21,00-23,00 FANTA NIGHT: “Trame di Clorofilla dal terzo millennio” Serata con musica, proiezioni itineranti e letture da Philip K. Dick a cura del duo artistico Fannidada e con la musica jazz dal vivo dei Cetri. In collaborazione con Associazione Citofono N°1.
VENERDì 7 AGOSTO ORE 21,00-23,00 FANTANIGHT: “Trame di Clorofilla dal terzo millennio” Serata con musica, proiezioni itineranti e letture da Ursula K. Le Guin a cura del duo artstico Fannidada e con la musica elettronica di Stars Crusaders. In collaborazione con Associazione Citofono N°1.
SABATO 12 SETTEMBRE
ore 15,00 – 17,00 GREEN DAYS: Giardini e paesaggi aperti Nell’ambito di Giardini e paesaggi aperti un pomeriggio insieme agli architetti del paesaggio di AIAPP- Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio per scoprire da vicino il Parco del Fantastico. Visita guidata al parco, alle statue e agli organismi vegetali con l’architetto del paesaggio Ferruccio Capitani, presidente sezione Piemonte Valle d’Aosta AIAPP. Talk: presentazione del progetto “Giungla Urbana”: il futuro prossimo del Parco del Fantastico. In collaborazione con AIAPP-Piemonte Valle d’Aosta, Altra Mente. Info dettagliate e sul sito nazionale di AIAPP.
17:00 -19:00 X DAYS: ASPETTANDO SAILOR MOON Aspettando la mostra che il Mufant dedicherà al manga giapponese Sailor Moon nel contesto del festival Loving the Alien, una giornata di presentazione dei curatori e dei collezionisti della mostra e di riflessione sui temi LGBTQ e identità di genere. Ospiti: Leone Locatelli, co-curatore, Mary Nicotra, psicoanalista impegnata in progetti di contrasto alla discriminazione sessuale.
VENERDì 18 SETTEMBRE Ore 10,00 – 22,00 LOVING THE ALIEN FEST ONLINE
SABATO 19 SETTEMBRE Ore 10,00 -20,00 LOVING THE ALIEN FEST
DOMENICA 20 SETTEMBRE Ore 10,00 -20,00 LOVING THE ALIEN FEST
IL PARCO DEL FANTASTICO, UN PROGETTO DI RIGENERAZIONE URBANA:
Il Mufant nel corso dell’ultimo biennio, nel contesto di tre importanti progetti cittadini indirizzati alle periferie urbane – Pon Metro, AxTO-Azioni per le Periferie Torinesi e Co-city -, ha avviato il processo di rigenerazione dell’ampia area pubblica sulla quale si affaccia il suo ingresso.
statua di Sailor Moon
Formalizzato attraverso un patto di collaborazione Co-City l’intervento del museo sull’area esterna, che in prospettiva intende trasformare un piazzale della periferia urbana torinese in un piccolo Parco del Fantastico, è consistito nella collocazione di nuove opere di arredo urbano, messa a dimora di nuovi organismi vegetali e tinteggiatura delle facciate di due edifici del perimetro.
In continuità con tutto ciò, la manifestazione Estate al Parco del Fantastico costituisce quindi la seconda fondamentale tappa del processo rigenerativo in una scala più ampia, col fine di rendere lo spazio target un nuovo luogo della vita culturale della città, in particolare della periferia nord, capace di rivolgersi, con una programmazione articolata e di qualità artistica sia alla popolazione residente, sia alla cittadinanza. In seguito all’emergenza sanitaria COVID-19 il museo si “apre” all’esterno e “porta fuori” una serie di attività (laboratori creativi, conferenze, performance, proiezioni) ed un festival – Loving the Alien Fest – di tre giorni – necessariamente modulato in base alle nuove normative sulla sicurezza – che chiuderà la manifestazione a settembre.
ACCESSIBILITA’ E SICUREZZA:
Organizzazione
dei flussi e triage all’entrata con la misurazione della temperatura
corporea.
Obbligo
di mascherine e mantenimento del distanziamento interpersonale di un
metro per visitatori, artisti e staff.
E’
prevista la capienza massima con prenotazione online.
Comunichiamo che Back to the Future_Exhibition è prorogata fino al 28 GIUGNO 2020.
Sarà possibile visitarla da giovedì 28 maggio a domenica 28 giugno 2020 nei consueti orari di apertura del museo.
De Lorean, Ritorno al Futuro
sala temporary exhibition
Passata inaugurazione della mostra:
Comunicato stampa.
Domenica 2 febbraio 2020. Ore 15:30/19:00
In occasione delle celebrazioni a Torino del Capodanno Cinese il MUFANT in collaborazione con l’Associazione socio culturale italo cinese Zhisong organizza domenica 2 febbraio 2020 un pomeriggio di festa che prevede due momenti inaugurali.
All’esterno, nella piazza sulla quale si affaccia l’ingresso del museo, sarà inaugurata una statua che riproduce le fattezze del drago “Fucanglong“, creatura fantastica della mitologia cinese che custodisce tesori sepolti nelle viscere della terra. La statua è stata progettata e realizzata nell’ambito del progetto Co-City della Città di Torino e, insieme ad altre 6 statue, costituisce l’intervento di arredo urbano promosso dal museo in partnership con AIAPP Piemonte Valle d’Aosta e Cooperativa Altra Mente, volto a riqualificare e rigenerare lo spazio pubblico adiacente la sede il museo.
Domenica si inaugura il Drago Cinese Fukanglong per coinvolgere la comunità cinese torinese e consolidare i rapporti del museo con il mondo della fantascienza cinese. Il museo è stato infatti recentemente in Cina, nella città di Chengdu, ospite della 5° International Science Fiction Conference: la statua è dedicata simbolicamente alla Città di Chengdu.
All’interno del museo
si inaugura la mostra Back to the Future dedicata alla trilogia
di Ritorno al Futuro che quest’anno compie 35 anni. “Volevamo
abbinare all’inaugurazione della nuova statua una mostra di forte
richiamo” dice Silvia Casolari fondatrice del MUFANT “siamo
sicuri che la collezione di Giancarlo Ghibaudo, che comprende storyboard,
script, fogli di produzione, fotografie per i prescript, giochi da tavolo,
toys, cell della serie animata, poster e gadget richiamerà molti
visitatori”.
Il primo episodio della trilogia di Ritorno al Futuro, uscito nel 1985, diretto da Robert Zemeckis e interpretato da Michael J. Fox e Christopher Lloyd, è infatti considerato un’icona del cinema degli anni ottanta e ha riscosso un enorme successo a livello internazionale. La mostra espone materiale dell’intera trilogia e anche i cell – le tavole a disegno – della meno conosciuta Back to the Future: The Animated Series, la serie a cartoni animati prodotta nel 1991 basata sui film della trilogia.
Dopo l’inaugurazione della mostra sono previsti gli interventi di Giancarlo Genta, ordinario del Politecnico di Torino, sul tema”: Cosa accade oggi in Cina: la Fantascienza come via per interessare i giovani alla cultura scientifica” e di Antonello Raciti, pscioterapeuta Cooperativa Altra Mente, sul tema “Impressioni a proposito della psichiatria cinese“. A seguire la lettura, a cura dell’Associazione Zhisong, di estratti da racconti di fantascienza cinese contemporanea in lingua originale.
PROGRAMMA
15.30: Inaugurazione statua Fucanglong. Alla presenza di: Assessore Marco Giusta, Città di Torino. Marco Novello, Presidente V Circoscrizione. Silvia Casolari e Davide Monopoli, MUFANT. Marina Panarese, Associazione socio culturale italo cinese Zhisong. Ferruccio Capitani, AIAPP-Piemonte Valle d’Aosta. Antonello Raciti, Cooperativa Altra Mente.
16.00: Inaugurazione Back
to the Future_Exhibition. Presentazione e visita guidata con il collezionista Giancarlo
Ghibaudo.
17.00: Cosa accade oggi in Cina: la Fantascienza come via per interessare i giovani alla cultura scientifica“. Giancarlo Genta, Politecnico di Torino.
17.20Impressioni
a proposito della psichiatria cinese, Antonello Raciti, pscioterapeuta
Cooperativa Altra Mente.
17.40 Letture in lingua cinese a cura di Yang Lei di estratti da racconti di fantascienza cinese contemporanea pubblicati su Science Fiction World, rivista cinese di science fiction.
L’inaugurazione della statua è ad ingresso libero.
Si accede al museo con i biglietti standard. Info: https://www.mufant.it/informazioni/
Il Parco
del Fantastico:
Dallo scorso settembre
fino al prossimo giugno saranno collocate nella piazza adiacente al museo in
tutto 7 statue che riproducono protagonisti iconici dell’immaginario fantastico
fra film e cartoni animati: Frankenstein, il Lupo Mannaro, Capitan Harlock, il
Drago Fukanglong, ET, Alien e Sailor Moon. Il museo con questa importante
azione, svolta con la collaborazione della Città di Torino e sostenuta
dai fondi europei di Urban Innovative Action e Pon Metro, sta
progressivamente installando un piccolo Parco del Fantastico con
la copartecipazione di residenti e cittadini per riqualificare e restituire alla
città una piazza che fino a pochi mesi fa si presentava come un anomimo
piazzale della periferia urbana torinese.
L’area sarà inaugurata il 5,6,7 giugno 2020 con la prima edizione del Festival Loving The Alien evento durante il quale avrà luogo la cerimonia istituzionale di intitolazione della piazza alla memoria di Riccardo Valla, fra le figure di riferimento della fantascienza italiana.
Eravamo nella biblioteca del museo, e Silvia scorreva il libro dei visitatori con evidente soddisfazione. “È quasi finito! Fra poco dovremo prenderne un altro” mi disse
indicando l’esiguo spessore delle pagine ancora intonse. Cominciò a sfogliarlo
all’indietro, fino ad arrivare al giorno della riapertura del museo dopo le
vacanze estive, e a quel punto si fermò, perplessa. Prima dei commenti datati 5
settembre c’era una pagina vuota, tranne alcune parole in inglese, scritte a
grandi caratteri in stampatello:
GREETINGS AGAIN
BEST WISHES
Al posto delle firme c’era qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Non riuscivamo a riuscire a capire di quale lingua o quale alfabeto si
trattasse.
“Sembrano ideogrammi” disse Silvia. “Ma non cinesi o giapponesi, per
quel che ne so.”
Io guardai a lungo, con un sensazione di leggera vertigine, mentre il
ricordo di un sogno confuso si ripresentava all’improvviso nella mia mente. Mormorai
“Allora sono tornati” a voce bassissima, quasi senza rendermene conto. Alzai
gli occhi e vidi che Silvia mi scrutava con uno sguardo vagamente preoccupato.
“Paolo, che stai dicendo?”
Avrei voluto mordermi la lingua, ma era troppo tardi. Senza una parola presi dalle sue mani il volume di grande formato e lo sfogliai ancora più indietro, per tornare all’inizio dell’anno. Non lo avevo mai fatto, ma ora sapevo che cosa avrei trovato. Dopo i numerosi saluti dei partecipanti ai Japan Days, la festa giapponese di fine gennaio con la partecipazione di associazioni, fan club, artisti e cosplayer, c’era una pagina con due commenti scritti nella stessa grafia e con le stesse firme:
WONDERFUL MUSEUM
GREETINGS FROM A FAR
AWAY PLACE
Non era strano che fossero passati inosservati fra le battute
scherzose e le vignette che avevano riempito le pagine del libro in quei
giorni. Ma guardandoli bene si notavano la scrittura incerta, il tratto molto
diverso da quello delle penne usate dai visitatori e il colore blu-violetto
dell’inchiostro, che luccicava debolmente sotto le luci fluorescenti della
biblioteca.
“Paolo, che ti succede?” domandò Silvia. “Sei impallidito di colpo…”
Io rimasi in silenzio per qualche attimo, mentre gli eventi di quella notte si riallineavano in bell’ordine nella mia memoria. Poi risposi: “Chiama Davide. Questa è una cosa che deve sentire anche lui.”
Aspettammo in silenzio che il direttore del museo ci raggiungesse. Solo in quel momento ricordai che Davide è anche, o soprattutto, uno psichiatra… Ma non mi chiesi che cosa avrebbe pensato. Sedemmo intorno a uno dei tavolini di vetro e io cominciai a raccontare una storia che, come sapevo, non poteva avere avuto altri testimoni.
Gli ultimi visitatori erano usciti da più di un’ora. Dopo la grande
folla e la festosa confusione dei Japan Days, le prime giornate di febbraio
erano trascorse in una calma quasi irreale, e in quel tardo pomeriggio di un
grigio sabato invernale le sale del museo, immerse nella penombra, erano
deserte e silenziose, popolate da presenze immote che attendevano pazienti di
riprendere vita nella memoria o nella fantasia degli spettatori.
Mi ero trattenuto oltre l’orario di chiusura, a chiacchierare un po’
con Silvia e Davide, i fondatori del museo, e a curiosare fra i libri della
ricca biblioteca che includeva la collezione di Riccardo Valla. Adesso però si
stava facendo tardi: volevo passare a fare un po’ di spesa al supermercato
Auchan che è quasi di strada per tornare a casa. Andai a prendere il giaccone,
controllai la borsa della macchina fotografica, e salutai Silvia e Davide, che
erano nell’angolo della biblioteca usato come ufficio, chini sui loro
portatili, ancora impegnati nella difficile stesura di un documento da
presentare al comune o alla circoscrizione.
Scesi le scale dell’edificio scolastico anni ‘70 che ospita il museo, ma un attimo prima di aprire la porta esterna, superata la quale sarei rimasto chiuso fuori, mi fermai di colpo davanti alla biglietteria deserta. Sentivo che stavo dimenticando qualcosa. Che cosa? Frugai nelle tasche del giaccone: chiavi di casa, chiave della macchina, patente, bancomat, fazzolettini, qualche moneta… Dov’era il telefono? Guardai anche nella borsa fotografica. Non c’era. Dove diavolo l’avevo
lasciato?
La mia memoria non stava migliorando con l’età. Tornai indietro e,
mentre risalivo lentamente le due rampe di scale, passando davanti al grande
poster di “Invasion of the Saucer-Men”, cercai di ricordare ciò che avevo fatto
nel pomeriggio. Il telefono, conclusi, doveva essere nella sala video, quella
usata per le conferenze.
Rientrai silenziosamente (avevo lasciato la porta sulle scale aperta,
come l’avevo trovata) e, senza passare davanti alla biblioteca, andai
direttamente verso la sala video, facendomi strada nella penombra fra le teche
del salone centrale, oltrepassando il Tardis, il Dalek e la riproduzione della
consolle del Tardis, che appartenevano al Doctor Who Italian Fan Club.
Il telefono non c’era. Guardai sul tavolo coperto da un panno nero e
su tutte le sedie. Niente. Cominciai a imprecare sottovoce. Se lo avevo
lasciato da qualche parte in una delle altre sale potevo cercarlo per ore, a
meno che non fosse in bella vista sulla scrivania dello Scienziato Pazzo o
accanto a uno dei Borg a grandezza naturale nella sala dedicata a Star Trek,
che esponeva parte delle collezioni di Stefanie Gröner.
Sarei potuto tornare da Silvia e Davide e chiedere di chiamare il mio
numero… ma naturalmente il mio telefono era silenzioso e di certo non l’avrei
sentito vibrare, in un ambiente così vasto.
Forse era rimasto nel magazzino, dove l’avevo usato per un paio di
foto panoramiche. Aprii la porta, accesi la luce… ed eccolo là, il piccolo
bastardo, su un tavolo in mezzo a utensili, barattoli di smalto, cornici
smontate e altri oggetti meno identificabili.
Misi il telefono al sicuro nella tasca del giaccone e mi guardai
intorno. Il magazzino del Mufant – il Museo del Fantastico e della Fantascienza
di Torino – aveva perso gran parte del suo fascino caotico da quando era stato
sgombrato e riordinato, con la prospettiva di servire come laboratorio e come
ufficio. Ma c’erano ancora molte cose bizzarre e interessanti.
Per esempio, su un tavolino c’erano una dozzina di numeri di La Stampa
e Stampa Sera del luglio 1969, i giorni dell’Apollo 11. Ricominciai a
sfogliarli, leggendo i titoli e la prosa dell’epoca, provando un misto di
nostalgia, di divertito stupore per la loro ingenuità, e di fascinazione per
quel momento storico irripetibile. L’avevo vissuto anch’io, anche se avevo solo
quattordici anni e avevo visto i primi passi di Neil Armstrong non in diretta
ma in differita, alle otto del mattino del 21 luglio.
Quando mi ricordai di guardare l’orologio rimasi stupito: le 20.40. A
quel punto non avrei fatto in tempo a passare da Auchan, ma sulla via di casa
c’era il mio solito Carrefour aperto tutta la notte. Nessun problema.
Aprii la porta e spensi la luce del magazzino. Era molto buio, adesso.
Solo un debole chiarore filtrava dai lucernari. Potevo accendere le luci nel
salone, ma dopo qualche istante la mia vista si adeguò alla luce scarsa… e
ormai conoscevo l’ambiente come casa mia. Mi avviai cautamente verso l’uscita,
ma all’improvviso fui colto da un terribile sospetto, che divenne certezza
pochi istanti dopo.
La porta a vetri sulle scale era chiusa, con i maniglioni bloccati
dalla catena da bicicletta e dal grosso lucchetto che formavano un ulteriore
ostacolo contro eventuali intrusioni. Durante la mezz’ora precedente Silvia e
Davide, sicuri che io fossi uscito, avevano chiuso tutto e se n’erano andati a
casa. Sulle scale c’era luce, ma a quell’ora sicuramente non c’era più nessuno
nell’edificio, che al piano superiore ospitava un circolo di pensionati.
Presi il telefono e feci per chiamare Davide. Non accadde nulla: il
display rimase buio. Lo riavviai e dopo un fuggevole ritorno in vita il
messaggio “batteria completamente
esaurita” pose fine al mio tentativo.
Va bene, mi dissi. Cerchiamo un alimentatore e un cavo, sicuramente ce
ne saranno in ufficio. Mi girai verso l’ingresso della biblioteca e, nel buio,
il rapido lampeggiare di un led rosso su un muro, più in alto della mia testa,
mi fece ricordare un’altra cosa che avevo dimenticato.
L’antifurto! I sensori di movimento dovevano avere già fatto scattare
l’allarme. Forse proprio in quel momento i telefoni di Silvia e Davide stavano
ricevendo una chiamata automatica d’emergenza.
Non credo di essermi mai sentito così stupido in vita mia. Non potendo
fare altro, raggiunsi la biblioteca, accesi tutte le luci e sedetti a uno dei
tavolini, la testa fra le mani. Potevo solo sperare che Davide arrivasse prima
di polizia e carabinieri… e anche in quel caso ci sarebbero state delle
spiegazioni piuttosto imbarazzanti da dare.
Però, a pensarci bene, non doveva esserci anche un allarme acustico da
qualche parte? Non ero sicuro che ci fosse, ma non sentivo assolutamente nulla.
Era tutto molto silenzioso, perfino troppo.
Attesi per qualche minuto di udire una sirena in rapido avvicinamento,
o perlomeno il rumore di un’automobile che si fermava davanti all’ingresso,
sotto le finestre della biblioteca. Poi alzai cautamente una delle tapparelle
metalliche dietro l’angolo fra gli scaffali che fungeva da ufficio. Il piazzale
era completamente deserto, senza nemmeno un’auto parcheggiata.
Dopo un quarto d’ora cominciai a pensare che non sarebbe successo
niente. Dopo mezz’ora cominciai a esserne sicuro. Forse l’antifurto non
funzionava, o non era stato inserito? Dato che l’interruttore si trovava
nell’atrio vicino alla biglietteria, per me irraggiungibile, non avevo modo di
saperlo.
Va bene, Paolo, adesso che si fa?
Sapevo che l’uscita di emergenza, vicino alla sala video, era
ugualmente sbarrata. D’accordo, ero solo al primo piano, ma per il momento non
volevo prendere in considerazione l’idea di calarmi da una finestra, con il
rischio di rompermi una caviglia o di farmi arrestare o tutte e due le cose.
Cercai un cavo USB, ma non ne vidi nessuno. Silvia e Davide avevano portato via
anche i loro portatili. Ce n’era uno nella sala video, collegato al proiettore,
ma sapevo già che non andava in rete. In estrema sintesi, avevo un router wi-fi
che copriva tutta l’area del museo e nessun dispositivo da connettere per
comunicare con il mondo esterno.
Non si può essere così stupidi, mi dissi con determinazione. Però c’ero riuscito. Ero bloccato dentro il Mufant fino al primo pomeriggio del giorno dopo.
“Un museo è un posto strano”
diceva un personaggio in una vecchia storia di Jeff Hawke. E il Mufant è uno
dei più strani di tutti. Ormai dovevo accettare l’idea di trascorrere una notte
più o meno insonne fra alieni, mostri, maghi, draghi, dinosauri, robot e
scienziati pazzi riprodotti in tutte le forme e dimensioni. Potevo accendere le
luci, o rifugiarmi in una protettiva penombra, però sapevo che prima o poi
avrei dovuto stendermi in qualche modo e chiudere gli occhi. Ma come, e dove?
La sala video era l’unica in cui potevo spostare liberamente le sedie e il
tavolo. C’era anche una poltroncina imbottita, ma con lo schienale basso e
senza poggiatesta.
Non mi preoccupava la prospettiva di digiunare fino al pomeriggio
successivo. Avevo riserve abbondanti… Comunque cercai nel magazzino, trovando
solo una decina di bicchieri di plastica e nemmeno una bottiglietta d’acqua o
un sacchetto di patatine. Il progetto di realizzare un piccolo bar interno era
ancora sulla carta. Poco male, avrei bevuto acqua del rubinetto, e in quella
situazione dubitavo che avrei sentito la fame. Finché riuscivo a stare sveglio
non c’erano problemi a passare il tempo. Non con una biblioteca di diecimila
volumi, senza contare riviste e fumetti. Ma temevo di cadere addormentato di
colpo su uno dei tavolini di vetro.
Dopo aver girato un po’ a vuoto per le sale, accendendo e spegnendo le
luci intorno a me, mi venne l’idea di fare qualcosa di utile, qualcosa per
distrarmi e per non far sembrare completamente sprecato il tempo che ero
costretto a passare nel museo. Recuperai il cavalletto dal magazzino, montai la
fotocamera e cominciai a fare delle riprese che non potevo fare di giorno per
non intralciare i visitatori: con tempi lunghi, bassa sensibilità, diaframmi
chiusi e inquadrature minuziosamente corrette. Potevo mettere il cavalletto
dove volevo, accendere e spegnere gruppi di luci a soffitto e spostare come
volevo le lampade a stelo che erano sparse nei vari ambienti. Ebbi la
tentazione di rimuovere il plexiglas di alcune teche che non ero mai riuscito a
fotografare senza riflessi fastidiosi, ma la paura di danneggiarle fu più
forte, per cui mi limitai a illuminarle in maniera inconsueta. Peccato non avere
l’attrezzatura da studio, pensai: dopo i Japan Days avevo riportato a casa
lampade e ombrelli riflettori.
Lavorai con un certo entusiasmo forzato per quasi due ore, ma verso le
undici la stanchezza cominciò a farsi sentire. E non potevo negare che il
profondo silenzio intorno a me cominciava a darmi una sottile inquietudine.
Smanettando un poco avrei potuto accendere il video che, accanto alla figura
dello Scienziato Pazzo, durante il giorno proiettava “Frankenstein Junior”: ma
conoscevo il film a memoria, e non ero sicuro che le celebri battute del
doppiaggio italiano (“Lupo ululì, castello ululà”, “Si… può… fare!”, “Potrebbe
piovere”) avrebbero avuto un effetto salutare sui miei nervi ormai piuttosto
logori.
Se mi fermavo non sentivo assolutamente nulla, nemmeno i tipici
rumoretti di un edificio con una certa età e i termosifoni ormai freddi. Sapevo
che il Mufant, dopo l’orario di chiusura, era molto silenzioso. Ma cominciava a
sembrarmi strano che non si sentisse alcun rumore, né all’interno né dall’esterno.
Tornai nella sala video e sollevai una tapparella per guardare fuori, su via Reiss Romoli. La strada era deserta, nessun passante, nessuna automobile ferma al semaforo rosso… Mi allontanai dalla finestra con una sensazione di disagio che non riuscivo a mettere a fuoco. D’accordo, mi dissi, sono le undici e siamo ai confini della città… La zona è quella che è… Ma il sabato sera non dovrebbe esserci un po’ di movimento anche qui?
. . .
Mi rendevo conto di essere arrivato a quel punto della notte in cui quasi
non mi reggevo in piedi e gli occhi volevano chiudersi. Sbandando un poco,
andai in bagno, anche per bere un bicchier d’acqua, poi tornai verso la sala
video, facendo una tappa nel magazzino per prelevare tutti i drappi di velluto
nero usati per coprire i tavoli o come fondali. Spostai la poltroncina, girando
lo schienale contro il tavolo e, alla luce di una lampada a stelo, improvvisai
un cuscino per appoggiare la testa. La temperatura cominciava un po’ a calare.
Mi rimisi il giaccone, dopo avere svuotato le tasche di quello che poteva darmi
fastidio, e mi allungai sulla poltrona per quanto possibile, con i piedi
appoggiati su una sedia e le gambe avvolte in un altro pezzo di stoffa. Con la
testa nel cappuccio mi sembrava quasi di essere in un sacco a pelo. In realtà
non ero mai riuscito a dormire bene in un sacco a pelo, ma adesso avevo solo
bisogno di restare immobile e chiudere gli occhi…
Prima di spegnere la luce guardai l’orologio: era già domenica, da quasi dieci minuti.
. . .
Mi risvegliai di soprassalto, con la sensazione di cadere. Ma in
realtà non mi ero quasi mosso e la mia posizione sembrava ancora abbastanza
stabile. Lasciai calmare l’accenno di tachicardia che mi aveva colto, mentre
scrutavo la penombra della sala; una luce fioca entrava dallo spiraglio della
tapparella che non avevo abbassato completamente. Ero convinto di avere dormito
pochi minuti. Guardai le lancette debolmente luminose dell’orologio e, con
enorme stupore, vidi che erano le 3.55. Incredibile! Avevo dormito come un
masso per quasi quattro ore in una posizione così scomoda?
Allungai la mano fino alla lampada, toccai l’interruttore e… non
accadde nulla. Mancava la corrente? Da quanto? Ricordai che una volta, durante
una conferenza, c’era stata un’interruzione e intorno al Mufant si era
scatenato un autentico concerto di allarmi antifurto. Adesso, però, tutto era
silenzioso come prima.
Mi districai a fatica dal sacco a pelo improvvisato e mi rimisi in
piedi con cautela. Ero ancora un po’ stordito, ma un ampio assortimento di dolori
articolari mi aiutò a svegliarmi. Feci qualche passo verso la finestra e
guardai all’esterno.
Un saggio ha detto, giustamente, che è difficile vedere le cose ovvie.
Io ci misi un bel po’ di tempo per accorgermi di qualcosa che, a ripensarci,
non era affatto ovvio.
Via Reiss Romoli era deserta, come l’ultima volta che l’avevo vista.
Ma il semaforo era rosso sul passaggio pedonale e giallo sulla strada. Giallo
fisso.
Da vecchio fotografo dell’era analogica cominciai a contare i secondi
come si faceva prima dei timer elettronici: “milleuno, milledue, milletre…”. A
milledieci mi fermai. Il semaforo era bloccato sul giallo. Che cos’era
successo? C’era stata davvero un’interruzione di corrente che aveva impallato
la centralina? Non sapevo che cosa pensare.
Mi sentivo ormai abbastanza sveglio da non credere che sarei riuscito
ad addormentarmi di nuovo. Mancavano solo tre ore all’alba, anche se il cielo
plumbeo si sarebbe schiarito molto lentamente. Mi tolsi il giaccone,
lasciandolo sulle sedie, e mi avviai cautamente verso la porta, con
l’intenzione di arrivare fino al bagno e sciacquarmi con l’acqua fredda.
Quando mi affacciai sul corridoio dovetti fermarmi: lì il buio era
molto più profondo. Rimasi a scrutare l’oscurità, aspettando che la mia vista
si adeguasse al tenue chiarore che filtrava dai lucernari.
E in quel preciso momento mi giunse all’orecchio un suono caratteristico, inconfondibile anche a distanza in quel silenzio irreale: il cigolio della porta d’ingresso che si apriva sulle scale.
Il mio primo pensiero fu: “Alla buon’ora! Finalmente è arrivata la
polizia.”
Ma mi accorsi subito che c’era qualcosa di strano. Al cigolio dei
cardini della vecchia porta a vetri non aveva fatto seguito alcun rumore. Forse
non ero completamente sveglio, ma mi era difficile immaginare i poliziotti che
avanzavano silenziosamente nell’oscurità, per sorprendere una improbabile banda
di scassinatori assoldata da qualche collezionista pazzo allo scopo di
saccheggiare i tesori del Mufant.
Alla mia destra, la lontana estremità del corridoio che andava verso
la biblioteca non era più completamente buia. Ma c’era qualcosa che non mi
convinceva nel chiarore bianco-azzurro che filtrava dal corridoio d’ingresso.
Non sembrava affatto la luce di una o due torce elettriche, ma un bagliore
diffuso da una fonte ancora nascosta, che sembrava avvicinarsi all’angolo del
corridoio, a quasi trenta metri di distanza.
Se fossi rimasto dov’ero, sulla soglia della sala video, sarei stato
visibile appena gli intrusi, chiunque fossero, avessero svoltato l’angolo.
Ormai ero sicuro che non fossero poliziotti, e quella luce mi sembrava sempre
più strana.
Mi diressi nella direzione opposta, verso l’angolo del corridoio alla
mia sinistra, per poi svoltare a destra, verso il salone centrale. Da lì potevo
vedere un tratto del corridoio d’ingresso, solo debolmente illuminato dal
chiarore che stava diminuendo. Gli intrusi dovevano essere arrivati all’altro
corridoio, quello da cui ero appena venuto.
Per qualche attimo pensai di camuffarmi tra la sfilata di costumi di
Star Wars, ma poi decisi di nascondermi dentro il Tardis: la porta era aperta.
Peccato che non fosse “più grande dentro
che fuori” come l’originale in Doctor Who, ma era sufficiente per fornirmi
un buon punto d’osservazione. Entrai, chiusi la porta e lasciai parzialmente
aperto il portello con il simulacro del telefono, all’altezza dei miei occhi.
Nel corridoio, oltre la
soglia del salone, il chiarore continuava a
farsi più vivido, fino a diventare una luce intensa, dalla tonalità fredda, che
sembrava venire dall’alto, vicino al soffitto. Ora sentivo chiaramente dei
passi che si avvicinavano.
Ci fu un attimo di silenzio. In quella luce spettrale tutto era
immobile. Io trattenevo il respiro. Poi sul pavimento si disegnarono due ombre
allungate, e due figure in controluce apparvero sulla soglia, accanto alla
consolle del Tardis.
Erano un uomo e una donna. Sembravano molto giovani. Di corporatura
sottile, indossavano delle semplici tute aderenti di colore grigio-argento.
Fermi sulla soglia, si guardarono intorno, nella luce che delineava le loro
sagome, e io notai che non sembravano molto diversi l’uno dall’altra. La donna,
che sembrava quasi un’adolescente, si distingueva dal suo compagno solo per un
accenno di seno e fianchi appena più pronunciati. Avevano circa la stessa
statura, e mi parvero leggermente più piccoli di me.
Continuavano a guardarsi intorno con aria perplessa, scambiandosi
qualche parola in una lingua irriconoscibile. Io continuavo a notare i dettagli
del loro aspetto. Avevano entrambi capelli corti, tagliati allo stesso modo;
quelli del ragazzo erano di un biondo chiarissimo, quasi argenteo; la ragazza
aveva una capigliatura di un rosso vivo. La pelle bianca e compatta mi fece
pensare a un trucco teatrale; i tratti erano indefinibili, con qualcosa di
europeo, qualcosa di orientale e qualcosa che non riconoscevo. Sembravano due
cosplayer… Ma che personaggi stavano interpretando? E che ci facevano due
cosplayer dentro il Mufant alle quattro del mattino? Sapevo che c’erano dei
personaggi davvero eccentrici in quell’ambiente, ma sarebbe stata una burla
troppo elaborata e rischiosa, se lo scopo era quello di girare un video da
mettere su YouTube.
I due mossero qualche passo nel salone, e la fonte di luce li seguì.
Quando apparve oltre la soglia rimasi allibito. Era una sfera di luce del
diametro di forse mezzo metro, sospesa nell’aria a pochi centimetri dal
soffitto. Si abbassò per oltrepassare la soglia, poi tornò a librarsi alla
stessa altezza. Il tutto nel silenzio più assoluto. Non poteva essere un drone.
Il ragazzo guardò verso il Tardis, ora illuminato direttamente, mi
vide, e restò immobile a fissarmi. Il mio volto pallido doveva spiccare nella
cornice della cabina telefonica. Decisi che era il momento di uscire.
Ero stupito e turbato dalla stranezza della situazione, e mi rendevo
conto che stavo vedendo qualcosa di straordinario; ma non ero davvero
spaventato. I due ragazzi non portavano alcuno strumento; non riuscivo a
immaginare che fossero pericolosi.
Mentre facevo qualche passo verso di loro vidi che erano davvero molto
magri, con lunghe dita affusolate. Gli occhi avevano un taglio orientale:
quelli del ragazzo erano grigi, quelli della ragazza di un verde brillante. La
pelle così chiara sembrava naturale, vista da vicino. C’era una discreta
somiglianza fra i loro volti.
“Chi siete?” domandai con la voce più ferma che mi fosse possibile in
quel momento. Il ragazzo mi guardò immobile, la ragazza scosse la testa in
maniera quasi impercettibile. Provai con l’inglese, parlando lentamente e
staccando le parole.
“Who are you?”
I due si scambiarono un’occhiata, poi la ragazza fece eco alla mia
domanda.
“Who are you?”
La frase era troppo breve per individuare un accento. Ci pensai un
attimo, poi risposi “My name is Paolo”, e dopo averci pensato un altro po’, per
trovare le parole, aggiunsi:
“Sono un collaboratore di questo museo.”
Questa volta fu il ragazzo a parlare, con una cautela simile alla mia.
“Non pensavamo di trovare qualcuno qui durante di notte.”
“È stato uno sbaglio” cercai di spiegare. “I… proprietari… del museo
sono andati via pensando che io fossi già uscito.”
I due ragazzi si guardarono di nuovo, senza parlare.
“Ma voi chi siete?” provai a insistere.
Sembrarono pensarci a lungo, poi la ragazza rispose: “Io mi chiamo
Kleendar”.
Il ragazzo la imitò: “Io mi chiamo Jeran”.
(Ho trascritto i nomi foneticamente: Kleendar, pronunciato con una “i”
molto lunga, sembrava inglese, mentre Jeran sembrava francese, sia nel suono
che nell’accento sulla seconda sillaba.)
A questo punto ci fu un’altra pausa di silenzio imbarazzato. La
domanda successiva toccava a me.
“Da dove venite?”
Questa volta non risposero, ma parlarono a bassa voce fra di loro. La
lingua aveva un suono veramente strano, almeno alle mie orecchie. Somigliava al
giapponese nel tono e nella cadenza, ma alcuni suoni mi ricordavano le lingue
slave. Altri non mi ricordavano nulla
che avessi mai sentito.
Dopo almeno mezzo minuto, parte del quale trascorso in silenzio con
un’aria attenta, come se stessero ascoltando qualcosa che io non potevo udire,
la ragazza rispose:
“Veniamo da un luogo molto lontano da qui.”
“Questo lo avevo capito” risposi immediatamente, e la conversazione si
arenò di nuovo. Il loro inglese era corretto, pronunciato con cura, ma con un
accento indefinibile. Probabilmente il mio non era molto meglio, dato che erano
anni che non avevo occasione di parlarlo.
Nel frattempo continuavo a guardarli. Il loro aspetto era chiaramente
umano, anche se piuttosto androgino. Passai in rassegna le varie alternative
classiche per un appassionato di fantascienza, e provai a sondarli.
“Venite dal futuro?”
“Dal futuro?” replicò la ragazza con espressione stupita. “Oh, no. Non
esattamente.”
Avrei sentito quella risposta, “not
exactly”, numerose altre volte, quella notte.
“Venite da un altro pianeta?”
Non risposero subito, ma non parlarono nemmeno fra loro. Ascoltarono
una voce silenziosa, forse nelle loro menti, poi il ragazzo disse: “Non
possiamo parlarne.”
In italiano la frase sarebbe parsa ambigua, ma in inglese era inequivocabile:
“We may not tell
about that.”
Dunque, venivano da un altro pianeta. Un pianeta con una comunità
umana extraterrestre?
O erano degli androidi creati per l’occasione da alieni non umani?
Ma se fossero stati solo dei replicanti, dei simulacri temporanei,
perché creare un androide e una ginoide? Ora che li guardavo da vicino in piena
luce, potevo notare che le tute attillate non nascondevano più di tanto dei
dettagli perfettamente naturali. Certo, avevano qualcosa di insolito, che
poteva far pensare a modifiche genetiche e a una progressiva deviazione dalla
linea ereditaria comune fra noi e loro. Mi colpiva in particolare il loro
aspetto slavato. Non erano albini, ma l’estremo pallore e i capelli quasi
bianchi del ragazzo sembravano indicare una vita trascorsa in un ambiente
artificiale. Anche la ragazza aveva solo due note di colore – gli occhi e i
capelli – ma per il resto appariva sbiadita come il suo compagno. Le
sopracciglia di entrambi erano appena accennate. Le labbra erano sottili ed
esangui. Tuttavia non avevano nulla di realmente alieno. La domanda mi venne
del tutto spontanea.
“Ma voi due… siete realmente… umani?”
Questa volta fu il ragazzo a mostrarsi stupito. Mi guardò con aria
incredula, poi rispose:
“Che cosa dovremmo essere?”
Il modo in cui lui e la sua compagna rispondevano, alternandosi senza
mai sovrapporsi, mi ricordava alcune coppie di gemelli che avevo conosciuto in
passato. Così provai con un’altra domanda.
“C’è una somiglianza fra di voi. Siete imparentati?”
“Cosa?”
“Siete… fratello e sorella, per esempio?”
I due si guardarono, poi fu la ragazza a rispondere.
“No… Non esattamente.”
. . .
Eravamo ancora là, a guardarci in silenzio, dentro quella bolla di
luce circondata dall’oscurità del museo. Ormai ero convinto di avere di fronte
a me dei lontani discendenti della Terra, con i quali potevo comunicare, a
fatica, usando una lingua che non apparteneva a nessuno di noi.
I visitatori non sembravano avere alcuna fretta. Mi chiedevo quali
pensieri attraversassero le loro menti, dietro quegli occhi che mi scrutavano
con tranquilla sicurezza. E mi chiedevo se fossero soltanto loro a scrutarmi.
“Perché siete qui?”
Ancora quella strana esitazione prima di rispondere.
“Siamo interessati a questo luogo” disse Kleendar.
“Perché? Per quale ragione?”
“Perché contiene una collezione di libri e oggetti che non potremmo…
esaminare in un altro modo” rispose Jeran.
“Che significa?” domandai impulsivamente, un attimo prima di capire
ciò che era sottinteso in quella risposta. La domanda seguente fu altrettanto
impulsiva.
“Voi avete accesso a Internet?”
“Sì, certo.”
Credo di essere sbiancato di colpo. Il pensiero che questi e forse
altri osservatori alieni usassero account fittizi su Facebook, Instagram e
Twitter era a dir poco raggelante. Pensai alle pagine della NASA, invase dai
deliri dei terrapiattisti e dei fanatici che negavano le missioni lunari. E
quello era solo il primo caso che mi veniva in mente. Per un attimo mi sentii
sprofondare. Mi venne perfino la tentazione di scusarmi per l’immagine che la
nostra civiltà stava dando di sé stessa; poi il senso del ridicolo mi trattenne
dal farlo. Rimasi in silenzio, ma la mia espressione doveva essere
significativa anche ai loro occhi.
Per reagire in qualche modo all’imbarazzo che provavo mi spostai di
qualche passo, tornando verso il corridoio. Kleendar e Jeran mi seguirono,
seguiti a loro volta dalla luce sospesa sopra le loro teste. Mi era venuta una
vaga idea di fare da guida, anche se forse non ne avevano bisogno.
Proseguii fino alla sala video, ma a quel punto i due ragazzi si
fermarono. Me ne accorsi e mi fermai anch’io. In quel momento ebbi
l’impressione di udire dei rumori lontani, in direzione della biblioteca.
Allarmato, mi voltai verso di loro e chiesi: “Siete venuti qui… da
soli?”
“No, non esattamente” rispose Kleendar guardando verso l’oscurità,
alle mie spalle.
Seguii il suo sguardo. Alla fine del lungo corridoio il buio sembrò
condensarsi in qualcosa che non aveva ancora una forma. Era solo una vaga
sensazione di movimento, al limite della mia visione.
Poi l’oscurità aprì due occhi gialli che mi fissarono. Io rimasi come
paralizzato, mentre il cuore sembrava fermarsi.
“Non avere paura” disse la ragazza. “Lei è la nostra pilota.”
“L-lei?” riuscii a chiedere, non so con quale voce.
“Sì” rispose il ragazzo. “Non ricordo la parola esatta, ma in questo
momento è in una fase femminile.”
Mentre la
guardavo, come in un sogno assurdamente nitido, riconobbi con assoluta certezza
l’entità che emergeva lentamente dal buio. Non potevo sbagliarmi: nel
museo ce n’erano almeno due raffigurazioni approssimative. Ma quei disegni,
frutto dei ricordi di un testimone confuso e spaventato, non mi avevano
preparato alle impressioni che provavo in quel momento. Ciò che prendeva forma
di fronte a me era una creatura enorme, ma che si muoveva con singolare
leggerezza, come se non fosse completamente solida. E c’era una bizzarra
eleganza nelle sue proporzioni, solo in parte umanoidi.
Camminava lentamente, un po’ curva in avanti, e questo le dava un
aspetto ancora più minaccioso. Ma quando si fermò, a qualche metro da me, e si
alzò in tutta la sua statura, mi resi conto di qual era la ragione di
quell’andatura: era talmente alta che le creste ossee sulla sua testa
sfioravano il soffitto del corridoio. Non indossava una tuta come i suoi
compagni umani; sembrava anzi non indossare quasi nulla, tranne la sua
luccicante livrea naturale color verde smeraldo. Portava stivali grigio-argento
dalla pianta molto larga, una specie di cintura e due bracciali dorati, vicino
alle articolazioni intermedie degli arti superiori. Le mani avevano sette… no,
otto dita, due delle quali sembravano opponibili alle altre. Non erano palmate,
ma forse i piedi lo erano, a giudicare dalla forma delle calzature.
La creatura aliena mi scrutò dall’alto in basso con i suoi grandi occhi dorati, poi volse lo sguardo verso i due compagni. Mi parve di udire un sibilo modulato; la bocca era socchiusa, immobile. Kleendar e Jeran risposero nella loro lingua. Dopo qualche istante si girò e tornò sui suoi passi, verso l’estremità del corridoio, lasciandomi solo una vaga sensazione di calore sul volto, come se fosse avvolta da un bozzolo di aria calda. La guardai svanire nell’oscurità, muovendosi con una sinuosa eleganza, e mi chiesi come fosse riuscita a evitare, nel buio, le teche allineate nel corridoio d’ingresso del Mufant.
. . .
Dopo quell’incontro la notte assunse le cadenze del sogno a occhi
aperti. Mi sentivo sospeso, senza ansia o paura, ma solo in parte consapevole
di ciò che mi circondava. Delle due ore successive non ricordo molto, tranne
immagini staccate e confuse. So che a un certo punto chiesi ai due visitatori
se non si poteva riavere l’illuminazione. Kleendar rimase un attimo assorta,
poi mi disse: “Prova”. Andai a premere gli interruttori del salone centrale, e
di colpo la luce familiare illuminò una scena improbabile: i due extraterrestri
che esaminavano la sfilata dei costumi di Star Wars – e sembravano farne parte
a pieno titolo. La loro fonte di luce impallidì, ma rimase accesa. La sfera
continuava a mostrare un contorno nebuloso, sfumato. Quando si spostò sopra il
manichino dello Scienziato Pazzo sembrò un elemento della messa in scena. Solo
allora notai la mia macchina fotografica: era ancora sul cavalletto in mezzo al
salone, dove l’avevo lasciata. Senza farmi notare provai ad accenderla, ma la
fedele Pentax non diede segni di vita. Me lo aspettavo, purtroppo. Non avrei
avuto immagini da mostrare al mondo – ammesso che potessi riprenderli e che mi
lasciassero le schede di memoria, naturalmente.
Kleendar e Jeran esaminarono con grande attenzione le varie sale,
talvolta rivolgendomi qualche domanda. Mi sembrarono particolarmente
interessati ai Borg della sala Star Trek e alle copertine delle storiche
riviste pulp degli anni ’30 e ‘40.
Poi si installarono nella biblioteca e cominciarono a prendere libri, a
sfogliarli rapidamente e a rimetterli al loro posto, in maniera apparentemente
casuale, anche se attingevano soprattutto alla collezione di libri inglesi e
americani appartenuta a Riccardo Valla. Di nuovo ebbi l’impressione che ciò che
vedevano fosse condiviso con dei controllori o supervisori a distanza. Li
lasciai alle loro ricerche e vagai come un sonnambulo negli altri ambienti del
museo, fermandomi di tanto in tanto per qualche minuto nella penombra della
sala video.
Durante uno dei miei giri senza meta vidi la creatura aliena china a
osservare le teche del Centro Italiano Studi Ufologici. Sembrava guardare con
aperta disapprovazione la caricatura di un individuo della sua specie che
illustrava un celebre caso degli anni ‘70. Avrei dato qualsiasi cosa per
riprendere quella scena!
Vista in piena luce, l’aliena era strana, gigantesca, ma non
mostruosa. Aveva anzi una sua bizzarra armonia di forme e di movenze. Si volse
verso di me con aria pensosa, e il suo sguardo mi ricordò, inevitabilmente,
quello di un grosso gatto. Ebbi la tentazione di rivolgerle la parola, ma era
ovvio che non potevo capire, e nemmeno udire, il suo linguaggio, e che con
tutta probabilità lei non era in grado di capire il mio. Si allontanò verso il
corridoio d’ingresso, chinandosi per oltrepassare la soglia, e da qual momento
non la vidi più.
Un po’ di tempo dopo (sul mio orologio erano quasi le sette) chiesi di
lei ai due umani, che continuavano a sfogliare un libro dopo l’altro a velocità
impressionante. Jeran mi rispose che era tornata a bordo del suo veicolo,
perché era stanca di grattare il soffitto con le creste. Kleendar aggiunse,
senza distogliere lo sguardo da un’antologia di Murray Leinster: “Ha anche
detto che i disegni nella sala grande e all’ingresso le sembrano di pessimo
gusto”.
E su questo, dopo avere visto dal vivo un’aliena rettiloide, potevo essere tranquillamente d’accordo.
Già: il loro veicolo. Dov’era? Forse era atterrato accanto al museo,
magari protetto da un campo di forza che lo rendeva invisibile?
Nella biblioteca c’era una finestra con la tapparella sollevata di
mezzo metro. Ma non volevo farmi vedere dai due visitatori. Entrai invece nella
Sala Horror, che quella notte avevo preferito evitare; ma era improbabile che
adesso l’effigie di Freddy Kruger e la parete di teste mozzate potessero farmi
impressione. Mi avvicinai a una delle finestre e scostai la carta blu notte che
la schermava, in modo da guardare fuori, verso il piazzale.
Eccolo lì. Il più classico dei dischi volanti, a forma di piatto
rovesciato, con una graziosa cupola emisferica, placidamente parcheggiato
davanti all’ingresso del museo. Occupava tutto lo spazio fra la cancellata a
sinistra e gli alberi a destra. Era atterrato con estrema precisione accanto ai
lampioni che ora lo illuminavano in pieno, perfettamente visibile dalla strada.
Ma dov’erano le volanti di polizia e carabinieri che a quell’ora avrebbero
dovuto circondare il piazzale con le loro luci lampeggianti? Dov’era la piccola
folla di spettatori con i telefonini spianati a riprendere la scena?
E perché era ancora così buio?
Mentre contemplavo quello scenario improbabile c’era qualcos’altro
nella mia mente, qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco… Un dettaglio che
avevo visto in precedenza, quando mi ero svegliato.
Il semaforo. Ecco che cos’era. Il semaforo.
Silenziosamente mi avviai verso la sala video, passando attraverso il
salone centrale. Kleendar e Jeran erano sempre nella biblioteca, intenti a
scorrere un libro dietro l’altro.
Mi affacciai alla finestra sulla strada. Il semaforo era rosso, ora. A
quanto pareva, aveva ripreso a funzionare. C’erano due auto ferme sull’altra
corsia, e una ferma davanti a me… a venti metri dalla linea di arresto. Perché
non era arrivata al semaforo? Non c’era motivo per fermarsi prima.
Rimasi a guardare, in attesa che il semaforo diventasse verde. Rimasi
a guardare a lungo, molto a lungo, prima di arrendermi all’evidenza.
Non era solo il fatto che il semaforo restasse rosso. C’era un’altra
cosa, e ci vollero alcuni minuti prima di esserne sicuro. Era una cosa tanto
sconvolgente quanto impercettibile a prima vista.
L’automobile non era ferma. Stava avanzando verso l’incrocio… alla
velocità di alcuni millimetri al secondo. In cinque o sei minuti non aveva
percorso più di due metri. Ma si era mossa da quando avevo cominciato a tenerla
d’occhio: ne ero sicuro grazie a una macchia scura sull’asfalto che la sua
ruota anteriore destra aveva raggiunto e superato.
Nonostante la vertigine che mi stava cogliendo, ero ancora capace di
fare dei calcoli approssimativi. Quella macchina stava frenando per fermarsi al
semaforo rosso: probabilmente si muoveva ancora a una decina di chilometri
orari – tre metri al secondo, più o meno. Ma, dal mio punto di vista, in un
secondo percorreva meno di un centimetro. C’era un’unica spiegazione,
incredibile ma coerente con tutto ciò che era accaduto quella notte.
Il mondo esterno, fuori dal Mufant, mi appariva rallentato di almeno
tre o quattrocento volte. Da quando avevo guardato fuori dalla finestra, al mio
risveglio, forse il semaforo non aveva ancora completato un ciclo: dal giallo
era passato al rosso, ed era ancora rosso.
Ecco perché nessuno aveva ancora segnalato il disco volante! Nel mondo
esterno era apparso da mezzo minuto, forse meno. Sempre ammesso che fosse
visibile fuori dalla bolla di tempo alterato in cui erano racchiusi il museo e
il piazzale antistante.
. . .
Quanto sarebbe durata quella notte?
Il significato di quei calcoli mi colpì all’improvviso e mi lasciò
stordito, seduto sulla poltroncina ancora accostata al tavolo coperto di
velluto nero.
Che ora era nel mondo esterno?
Non avevo modo di saperlo. Potevano essere le quattro, ma più
probabilmente era un’ora compresa fra le undici della sera prima e le tre e
mezza del mattino. Ripensai all’allarme che non suonava, al silenzio assoluto,
alla completa perdita dei contatti che aveva preceduto l’interruzione della
corrente. Forse il Mufant era stato isolato dal mondo esterno poco dopo che
Silvia e Davide erano usciti.
Quanto sarebbe durata quella
notte?
La mia mente sembrava paralizzata dallo stupore. Stentavo a fare le operazioni più semplici. Con enorme fatica calcolai che, nella migliore delle ipotesi, la notte sarebbe durata ancora… 3 per 300… 900 ore, cioè… 24 per 30 fa 720, ne restano 180… quindi… 37 giorni e mezzo!
No, era impossibile. Il disco volante non sarebbe rimasto visibile (ma era visibile?) per più di pochi minuti. Ma anche in quel caso, quella notte che ormai mi sembrava infinita per me sarebbe durata più di ventiquattro ore. I due umani avevano bisogno di mangiare e dormire? Non ne ero affatto sicuro.
Mi pareva di essermi ridestato dal sogno, ma il prezzo era l’ansia improvvisa che mi faceva tremare le mani. Avevo i brividi. Scattai in piedi, camminai in cerchio per un po’, quindi mi avviai verso la biblioteca, con la speranza di trovarla vuota. La speranza, e il timore, che fosse tutto uno strano sogno.
. . .
Non era un sogno. I due visitatori erano sempre là, tranquillamente
intenti al loro compito. Jeran scorreva i titoli dei libri, Kleendar sfogliava
accigliata un romanzo di Larry Niven.
“Quanto tempo vi serve?”
Nessuno dei due parve udire la mia domanda.
“Per quanto tempo rimarrete qui?” chiesi a voce più alta, in tono lievemente
isterico.
Kleendar sollevò la testa e mi guardò stupita.
“Quanto tempo vi serve per la vostra missione?”
Lei rimase assorta per qualche istante, poi sorrise e rispose in tono
divertito.
“Oh, il tempo non è un problema,” disse, e fece una brevissima pausa
prima di continuare con una battuta che nella mia mente ebbe un suono molto
familiare, e al tempo stesso raggelante. Non poteva essere una citazione
casuale: doveva averla letta poco prima in uno di quei libri.
“Abbiamo molto, molto tempo. Tutto il tempo del mondo.”
Domenica 10 novembre dalle ore 10:30 alle 12:00 al Circolo dei Lettori
Il pluripremiato Mondo9 di Dario Tonani ha dato vita ad una saga fantascientifica – illustrata da Franco Brambilla- apprezzata oltre i confini europei, raccontando di un universo dove le macchine sono diventate senzienti.
Nell’ambito del Festival della Tecnologia del Politecnico di Torino, il MUFANT organizza un incontro al Circolo dei Lettori di Torino per la presentazione dell’ultimo romanzo della saga – Naila di Mondo9, primo romanzo di un autore italiano ad essere pubblicato nella collana Oscar Mondadori – con l’autore Dario Tonani, l’illustratore Franco Brambilla e il curatore editoriale Franco Forte. Modera Paolo Bertetti.
Durante l’incontro è presentata la campagna crowdfunding lanciata dal MUFANT per sostenere “Loving the Alien Fest”, la grande festa del Fantastico che animerà il museo a giugno 2020.
Ingresso gratuito. Circolo dei Lettori Sala Gioco, via Bogino 9, Torino
Mercoledì 12 alle ore 10,00 presso la Sala Colonne di Palazzo Civico – Piazza Palazzo di Città – si terrà la conferenza stampa in cui presenteremo gli ospiti e i dettagli del grande evento che ospiteremo domenica 16 giugno 2019 dedicato all’inaugurazione della prima statua del Parco del Fantastico, alla presentazione del progetto di innovazione sociale Loving the Alien e alla partenza del Videogame Lab, la nostra nuova sala interattiva per il videogioco di genere fantastico.
Mercoledì 12 pubblicheremo sul sito il programma completo dell’evento.
Dopo il grande successo delle scorse edizioni torna la festa di Animanga Italia e quest’anno raddoppia l’appuntamento!
Due giorni di conferenze, incontri, interviste, intrattenimento, giochi e tanto altro ancora nella curiosa cornice del Mufant, museo del fantastico e della fantascienza di Torino.
L’occasione per festeggiare i 40 anni in Italia di Jeeg robot d’acciaio e Il Grande Mazinga il sabato e i 40 anni dalla nascita di Mobile suite Gundam la domenica ci darà l’onore di ospitare due grandi del mondo del doppiaggio!
Saranno con noi infatti
Sabato 26 gennaio ANNA TERESA EUGENI, voce della Regina Himika di Jeeg e Lady Gandal di Goldrake.
Domenica 27 gennaio DAVIDE PERINO, voce di Amuro Ray protagonista di Mobile Suite Gundam nel nuovo ridoppiaggio a cura di Fabrizio Mazzotta.
Inoltre sarà inaugurata la mostra a cura dell’associazione Amici di Go Nagai e Creativecomics dal titolo “TRIBUITE GO!” in onore ai 40 anni dei due robottoni figli del maestro mangaka che resterà presso il Mufant fino al 28 febbraio.
Per l’occasione saranno presenti per entrambe i giorni numerosi artisti e l’art side di Animanga Italia.
ASSOCIAZIONI PRESENTI E ATTIVITA’
SALA ANIMANGA ITALIA
AMICI DI GO NAGAI: l’associazione culturale che si occupa del famoso mangaka giapponese presenterà la nuova campagna adesioni; sarà possibile tesserarsi e i soci ordinari quest’anno riceveranno in omaggio il catalogo della mostra Tribute GO! mentre i soci sostenitori in omaggio avranno il libro SRF3 di Fabrizio Modina, ed. JPOP.
EVA IMPACT: l’associazione culturale EVA IMPACT si occupa del fenomeno Neon Genesis Evangelion, l’anime di Hideaki Anno che ha sconvolto il Giappone negli anni Novanta e che continua a far discutere grazie alla tetralogia cinematografica Rebuild of Evangelion. Durante il Japan Day tratteremo il rapporto tra Evangelion e i suoi predecessori del genere mecha, analizzando i punti di continuità e di rottura.
SALONE CENTRALE
TOMOMI: questa associazione culturale si occupa di Giappone a 360 gradi, prova il Nippon Quiz, l’ Oracolo Giapponese e Lotteria Giapponese oppure partecipa al workshop di Origami. Quest’anno inoltre si potrà provare a giocare al GO, un gioco tradizionale giapponese da tavola strategico!
GIAGUN: proiezioni di fansub, concorso a quiz con estrazione di premi finali, gioco GIAGUN dei 9, gioco da tavolo “Colony Connection” di strategia, esposizioni di GUNPLA tutto a tema rigorosamente GUNDAM.
BIST: dimostrazione di montaggio a secco e cenni sui primi passi nel mondo del modellismo gunpla; dimostrazione sulle aggiunte e personalizzazione dei modelli con plasticard e option part; tecniche di invecchiamento base – chipping a pennello e utilizzo di colori ad olio e pigmenti; INTERACTIVE GAME: il modellismo Gunpla e sci-fi ti consente di dar sfogo alla tua fantasia. Il Bist ti darà la possibilità di farlo su uno schema ,disegnando la tua idea di modifica sua una parte a caso di un Gunpla….noi prepareremo la nostra…quella che si avvicinerà di più alla nostra vincerà un piccolo premio.
PROBLEMI COL TUO GUNPLA O MODELLO,portacelo e ti aiuteremo noi!E IN PIÙ,aiuti,consigli e chiacchiere in amicizia su tutto ciò che riguarda il nostro universo modellistico.
KENDAMA ITALIA: (presenti solo domenica 27) vieni a provare questo bellissimo gioco tra i più amati dai ragazzi giapponesi e assisti alle dimostrazioni dell’associazione.
RESIN MODELS GENERATION: nasce nel 2016, con lo scopo di restaurare e completare modelli e giocattoli rotti o usurati dal tempo. Ogni pezzo è realizzato interamente a mano, diversi da tra di loro, con caratteristiche che li rendono unici.
AKIBA EKI: vendita di videogiochi, statue, giochi da tavolo e manga nuovi e usati.
SALA BIBLIOTECA “RICCARDO VALLA”
PIANETA B WEB RADIO: un pianeta di sigle e BGM a portata di un clik! PianetaB nasce nel 1994 come programma radiofonico in FM per poi trasformarsi in Web Radio nel 2010 e da allora trasmette sigle sia italiane che originali, colonne sonore e BGM no-stop 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
CORRIDOIO LATERALE
SAKURA: associazione senza scopo di lucro nata dal desiderio condiviso da quattro donne, due giapponesi e due italiane, di aprire a un dialogo proficuo la cultura giapponese e la cultura italiana nei loro molteplici aspetti. Fin dalla fondazione (2004), la mission associativa è stata quella di diffondere la conoscenza della cultura giapponese all’interno della realtà locale italiana (e torinese-piemontese, in particolare) offrendo al contempo un valido sostegno pratico-informativo alla comunità giapponese residente a Torino.
CASALE COMICS & GAMES: è una fiera del gioco e del fumetto che si svolge tra le mura, i cortili e le torri del castello di Casale Monferrato. Quest’anno presenta il catalogo dedicato alla mostra Tribute GO! a cura all’associazione Amici di Go Nagai.
SALA GAME
MOGUWORK: Associazione cosplay e fumettistica Vercellese che raduna tutti gli appassionati di fumetti, cartoni, cosplay, giochi e videogiochi. Giochi a premi, quiz e intrattenimento per i più piccoli vi attendono, passate a trovarli!
REAL PLAYER GAME: è un ASD nata dalla passione di professionisti del settore, intrattenimento/virtuale e soprattutto Players con l’idea di promuovere la cultura degli esport in Italia, creare un punto di riferimento per chi ama giocare e vuole Upgradare ad un livello successivo.
Potete provare a giocare con la realtà virtuale ma anche con le piattaforme classiche di video game.
SALA GAF
Casale Comics & Games presenta la mostra TRIBUTE GO! a cura di Amici di Go Nagai e Creativecomics. Ben 43 tavole, realizzate da artisti emergenti e non, dedicate a Jeeg robot d’acciaio e Il Grande Mazinga; per completare l’opera 19 cel e 4 settei dalla collezione privata di Hitomi Watanabe di Anime Cel.
CREATIVECOMICS: L’ass.culturale Creativecomics produce fumetti, cinema e organizza eventi legati e/o contaminati con la nona arte. Fondata dagli autori Daniele Statella, fumettista e Alessia Di Giovanni, scrittrice, sceneggiatrice e regista, si avvale di numerosi collaboratori che operano da anni come professionisti nel cinema e nelle arti visive.
ART SIDE ANIMANGA ITALIA: la sezione più amata di questo grande gruppo è proprio quella che riunisce gli artisti emergenti. Grandi talenti che contribuiscono a rendere Animanga Italia unica nel suo genere con la loro meravigliosa arte!
SALA CONFERENZE
SABATO 26 GENNAIO
h. 14 Inaugurazione giornata e benvenuto ospiti. Interverranno anche IVO DE PALMA e MOSE’ SINGH (attori e doppiatori) per parlare di un loro nuovo progetto.
h. 15 40 ANNI DI JEEG E IL GRANDE MAZINGA E NON SOLO…
relatore James Garofalo (Amici di Go Nagai)
un excursus sull’arrivo dei robottoni in
Italia, la storia e l’analisi dei personaggi con il supporto di
audiovisivi e sigle.
h. 16 Evangelion, Hasshin! – Leiji Matsumoto e Hideaki Anno a
confronto, da Harlock e Yamato a Evangelion
relatori: Ilaria Azzurra Caiazza e Filippo Petrucci (Eva Impact)
In occasione dei quarant’anni dell’anime “Capitan Harlock” in
Italia, in questo panel l’associazione culturale Eva Impact rende
omaggio al Maestro Leiji Matsumoto, analizzandone le opere e
l’influenza che hanno esercitato sul regista Hideaki Anno (“Neon
Genesis Evangelion”, “Nadia – Il mistero della pietra azzurra”,
“Shin Godzilla”).
h. 17 Intervista a ANNA TERESA EUGENI
h. 18 Karaoke a tema e saluti di fine giornata
DOMENICA 27 GENNAIO
h. 14 Inaugurazione e benvenuto ospiti
h. 15.45 GUNDAM 40 ANNI DI MERAVIGLIE
relatori: Marco Rabino (Giagun) e Raffaele Annoscia (Bist)
L’anime “Mobile Suit Gundam” ha generato un universo creativo
coinvolgente ed appassionante, con diverse linee temporali,
anime, manga, romanzi, fandom, oggettistica di ogni genere , e
model kit chiamati “GUNPLA”.
Il “Gruppo Italiano Appassionati GUNdam – GIAGUN” e il “BIST
Torino” vi condurranno alla scoperta dell “Universo Gundamico”!!!
h. 15.45 Intervista a DAVIDE PERINO
h. 17 Da Gundam a Evangelion – Yoshiyuki Tomino e Hideaki
Anno a confronto
relatori: Ilaria Azzurra Caiazza e Filippo Petrucci (Eva Impact)
Per celebrare i quarant’anni del franchise di Gundam, in
questo panel l’associazione culturale Eva Impact rende
omaggio al Maestro Yoshiyuki Tomino, analizzandone le
opere e l’influenza che hanno esercitato sul regista Hideaki
Anno (“Neon Genesis Evangelion”, “Punta al Top!
GunBuster”).
h.18 L’UTILIZZO DELLA COMPUTER GRAPHIC
NELL’ANIMAZIONE
relatore Davide Scarpiello (Real Player Game)
Un viaggio alla scoperta delle tecniche utilizzate per realizzare
cartoni animati.
h.18.30 Karaoke a tema e saluti di fine giornata
ASSOCIAZIONI ORGANIZZATRICI:
Amici di Go Nagai, Mufant, Eva Impact, Tomomi, Creativecomics, Bist, Giagun, MoguWork
In occasione dei duecento anni dalla pubblicazione del Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley, che narra della tragica vicenda del dottor Victor Frankenstein, il primo “Mad Doctor” della letteratura, il Mufant organizza una giornata dedicata ai rapporti tra scienza e fiction.
Nata nel cuore della Rivoluzione scientifica ottocentesca, la Fantascienza ne racconta le meraviglie e gli orrori, fra paure del cambiamento, speranze di un mondo migliore, ridimensionamento del Sacro. Personaficazione di questo stato d’animo, ancora attualissimo nel cuore dell’odierna quarta rivoluzione digitale, è il “Mad Doctor”, lo scienziato pazzo protagonista di infinite storie sempre al confine fra la Fantascienza e il Gotico.
Interviene Massimo Centini, antropologo, scrittore e saggista, ha pubblicato diversi studi sull’antropologia religiosa e le tradizioni popolari, in particolare del territorio piemontese. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino, insegna “Storia della criminologia” ai corsi organizzati da MUA – Movimento Universitario Altoatesino – di Bolzano.
Presentazione del libro Frankenstein: la scienza e la follia. Uomini e mostri tra realtà e mito.
“Il Frankenstein di Mary Shelley è uno dei classici della letteratura moderna. … Quell’essere che dovrebbe rappresentare il desiderio antico come l’uomo di abbattere la morte, di fatto si trasforma in artefice di morte. … Scritto nel 1816 e pubblicato nel 1818, il romanzo continua a essere un’officina antropologica di straordinario interesse, poiché offre al lettore molteplici spunti per incursioni in vari ambiti della cultura, dimostrando così quanto siano attuali alcuni temi proposti nella tessitura narrativa del libro. …”
Trasformazioni dell’immaginario. Dalla nascita della fisica quantistica alla nuova fantascienza. Intervento di Domenico Gallo. Scrittore e traduttore, attivo nello studio dell’universo fantascientifico ha pubblicato oltre a diversi racconti, numerosi saggi che analizzano i diversi rapporti tra fantascienza, scienza, cultura e società. Dirige inoltre la collana Fantascienza e Società della Mimesis Edizioni.
Presentazione del libro Il ribelle del pensiero, Albert Einstein e la nascita della fisica quantistica.
“Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i più importanti fisici del pianeta stanno cercando di trovare la risposta ad alcune anomalie che riguardano la velocità della luce, la trasformazione e generazione della luce, l’esistenza dell’etere e delle molecole. Lo sforzo di scienziati come Hendrik Lorentz, Ludwig Boltzmann, Max Planck è orientato a ultimare la faticosa costruzione di una fisica che, di lì a pochi anni, sarà chiamata classica. … . Albert Einstein, considerato l’ultimo dei fisici classici, riesce a percepire le contraddizioni della scienza del suo tempo, ad affrontarle con semplicità, ma rifuggendo ogni soluzione che fosse parziale, particolare o di comodo.”
La rassegna EROI DI CARTA, origini ed evoluzione transmediale del fumetto di fantascienza, che da settembre 2017 propone al Mufant una serie di eventi incentrati sui rapporti fra il fumetto e gli altri media, giunge al momento decisivo con l’inaugurazione sabato 2 dicembre della mostra Fantascienza a Fumetti.
Nel corso di oltre 100 anni il fumetto fantascientifico ha avuto un ruolo da protagonista nella creazione di miti fantastici a diffusione pressoché universale, costituendo un decisivo strumento narrativo capace di mettere insieme contenuti scientifici, artistici, letterari.
La mostra, curata da Silvia Casolari e Davide Monopoli, con la collaborazione di Paolo Bertetti, racconta la storia del fumetto di fantascienza dalle origini ad oggi: dai primi Comics USA – Brick Bradford, Flash Gordon –, alle più importanti produzioni internazionali – Barbarella, Eternauta, etc -, fino agli universi Marvel e Dc Comics.
L’attenzione è volta in particolare ai risvolti crossmediali correlati alle icone del fumetto, ossia il fenomeno della diffusione nei diversi media di storie e personaggi nati sui fumetti agli inizi del Novecento: le grandi produzioni cinematografiche – Batman, Superman e gli altri Supereroi -, le serie tv a partire da Buck Rogers e Flash Gordon, fino al recente affermarsi del fenomeno Cosplay nel mondo dei Comics.
La sala GAF, la galleria d’arte fantastica del museo, accoglie inoltre la mostra temporanea Fantastici universi di carta, curata da Gianni Milone, editore, collezionista torinese di fumetti e titolare della Libreria Milone. La mostra è divisa in due sezioni: Protofantascienza a fumetti, con oltre 20 prime pubblicazioni di Little Nemo in Sluberland, fumetto a tema fantastico realizzato da Winsor McCay agli inizi del Novecento che anticipa il genere; RolandTurner disegna Rick Random: rassegna di curiosità e pubblicazioni uniche dedicata all’eroe fantascientifico anni ’50, illustrato da Roland Turner e sceneggiato da un autore d’accezione come Harry Harrison, esponente di punta della fantascienza inglese.
La rassegna ha coinvolto direttamente anche studentesse e studenti del Corso Transmedia – Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione del Politecnico di Torino. 60 studenti presentano al pubblico le esperienze transmediali basate su realtà aumentata e video interattivi in corso di sviluppo negli spazi del museo.
Sempre nel contesto delle attività didattiche sviluppate durante la rassegna, studentesse e studenti del Liceo Einstein di Torino, accoglieranno i visitatori con alcune iniziative per il pubblico giovanile e per le famiglie con bambini.
Programma:
ore 15,30 visita guidata alla mostra permanente con i curatori Silvia Casolari e Davide Monopoli. Visita guidata alla temporanea con il curatore Gianni Milone.
ore 16,00 Silvano Beltramo, docente Scuola Internazionale di Comics di Torino e lo sceneggiatore Paolo Ferrara, presentano il Fumetto Evo-Z. Al termine dell’incontro nell’area Evo-Z gli autori firmeranno le copie del fumetto e realizzeranno tavole dal vivo.
ore 16,30 special guest: Maurizio Manzieri, illustratore di fama nazionale e internazionale. Premio Europa, due volte Premio Italia e Chesley Award (il più prestigioso premio per artisti fantastici conferito negli Stati Uniti da ASFA, l’Associazione degli Artisti di Fantascienza e Fantasy), presenta la saga di fantascienza Laniakea, un ambizioso progetto di libro illustrato, lanciato in anteprima sulla piattaforma di crowdfunding PATREON con lo scrittore americano Dean Whitlock.
ore 17,00 BATMAN FOREVER: Adam West e il Batman televisivo più pop di sempre. Intervento con proiezioni a cura di Paolo Di Motoli.
ore 17,40 Gli studenti del DIST/Politecnico di Torino, presentano i progetti di realtà aumentata in corso di realizzazione per il Mufant.
Nel corso della giornata gli studenti del liceo Einstein cureranno le iniziative:
SuperHero Game, ritrovo con giochi a quiz a tema Supereroi. In palio Marvel Comics per il team vincente.
Eroi per un giorno, truccabimbi per bambine e bambini di età compresa fra i 5 e i 10 anni e laboratorio creativo.
Visite guidate “flash” alla mostra Eroi di carta.
Thanks to: Vittorio Pavesio, autore del testimonial.