Da Godzilla, il mostro creato dalle radiazioni atomiche, ai Gente, organismi in parte umani e in parte animali eredi di una terra devastata, una giornata tra evoluzione e catastrofi, storia e biopolitica, umano e animale.
Programma della giornata
Ore 16: Presentazione di “L’abolizione delle specie” di Dietmar Dath, Premio Kurd Laßwitz 2009 per il miglior romanzo di fantascienza. Con la traduttrice Paola Del Zoppo (Università di Urbino), Paolo Bertetti (Coordinatore scientifico Mufant) e Dario De Marco (Giornalista).
Il mondo che conosciamo è un lontano ricordo. L’epoca della Noia, segnata dalla supremazia dell’essere umano sulla Terra, ha ceduto il passo al regno dei Gente, organismi in parte umani e in parte animali che vivono in quel che resta dell’Europa: tre città labirintiche, agglomerate su loro stesse per resistere al deserto che avanza e governate dal saggio e distaccato Cyrus Golden, il Leone. L’abolizione delle specie offre una prospettiva inedita e fantastica sul declino
e la rinascita delle civiltà. Abbracciando millecinquecento anni di storia, un viaggio nei cinque continenti, una fuga sulla Luna e la terraformazione di Venere e Marte, oltre che la manipolazione del tempo, Dietmar Dath costruisce un mondo dove la teoria dell’evoluzione, la matematica e la musica ridefiniscono i destini degli abitanti della Terra e dei loro discendenti.
Ore 17.30: Settant’anni di Godzilla. La storia e le caratteristiche di uno dei personaggi più simbolici e celebri del fantastico mondiale, dall’Asia all’America e ritorno. Con Davide Di Giorgio (critico cinematografico, saggista).
Nato come simbolo del terrore atomico e della contaminazione nucleare nei primi anni del dopoguerra, Godzilla è diventato nel tempo uno dei personaggi più simbolici e celebri del fantastico mondiale, icona pop in grado di vivere avventure fra la Terra e lo spazio, senza mai perdere la sua specificità culturale e la capacità di riflettere i cambiamenti interni al Giappone nel corso del tempo. L’incontro ne racconta la storia e le caratteristiche, dal versante cinematografico, produttivo, tematico, storico e socio-culturale, passando dalle incertezze iniziali al successo, dall’Asia all’America e ritorno.
(L’evento fa parte del progetto “Rooftop Mufant”, sostenuto dal bando YouToo)
E’ un bibliogame interattivo dove devi scoprire i libri di fantascienza che hanno costruito l’idea che abbiamo oggi sull’Intelligenza Artificiale. Tutti i testi sono disponibili presso la Biblioteca del Mufant.
Lo spazio è condivisibile fino a 50 avatars
Il Metaverso è stato sviluppato da Komplex con il supporto tecnico di Meta Interact, Roma.
Domenica 11.02.2024, ore 16.30 Presentazione del libro “the awakened ones”, con l’autore Dave Imar, l’attrice Laura Righi e l’ufologo Dario Del Buono
Domenica 11 febbraio 2024, ore 16.30, si terrà la presentazione al MUFANT del libro The Awekened Ones, scritto da Davide Imar. Inoltre all’autore, saranno presenti inoltre l’esperto di ufologia ed esoterismo, socio fondatore della F.U.I. Dario Del Buono e l’attrice teatrale Laura Righi , che darà voce alle pagine del libro.
Dicono che esistano al mondo alcuni ragazzi speciali, con una mente più aperta, con la consapevolezza di essere parte del Cosmo. Alan Dimens è uno di questi, un ragazzo estroso ed ingegnoso, ostinato al punto da spingersi alla ricerca del padre per ritrovarsi coinvolto nel salvataggio di un piccolo alieno e venir dichiarato ricercato dall’esercito Omega, dagli Animach e dai rettiliani. Leo-DV, Alice e Bill vivono nel Cratere77 con Alan, sono i suoi migliori amici e lo aiutano in questa avventura per prender parte a una missione per la salvezza del pianeta Terra. All’interno di una base d’aria, Alan conosce Rent Wallace, migliore amico di suo padre e viene eletto dalle Autorità Maggiori per guidare una spedizione formata da ragazzi speciali come lui. Le forze oscure sono in agguato e Adam Dominox, generale a capo degli Omega, è accecato dal potere e determinato a raggiungere la Gloria a costo di rompere il Patto di Heldrin e scatenare una guerra intergalattica nell’anno 2045.
«Non è importante chi sei, ma quello che fai. Maggiore sarà la grandezza delle tue azioni e più a lungo verrai ricordato»
Alan Dimens
Dave Imar nasce a Torino in un freddo 5 gennaio del 1977. Figlio di separati, vive un’infanzia burrascosa e frenetica, tra Piemonte e Liguria per poi tornare stabilmente a Torino. Fin da bambino dimostra buone capacità artistiche che sviluppa seguendo il percorso di studi più indicato: Liceo Artistico R. Cottini e Istituto Europeo di Design ad indirizzo Grafica e Pubblicità. Alimenta la sua vena artistica nel tempo libero, realizzando dipinti in acrilico su tela e gestendo la grafica e la pubblicità del negozio Cinefolies. La scrittura si aggiunge all’elenco delle passioni, unitamente alla grafica e all’illustrazione. A seguito di alcune riflessioni sul mondo e sulle origini della Vita, approfondisce tematiche misteriose, addentrandosi in argomenti scomodi, omessi e celati nei millenni per estrapolare una verità alternativa ed accedere ad una visione più estesa sulla storia del genere umano. Decide quindi di dedicarsi a questo progetto, affrontando le numerose tematiche correlate per elaborare una storia, con lo scopo di aprire le menti ad altri aspetti della vita che solitamente si trascurano o vengono dimenticati.
Nel contesto della mostra Hic Sunt Dracones. L’irresistibile ascesa della fantascienza cinese” visitabile al MUFANT fino al 10 marzo 2024, lanciamo il contest “Fantastica Kowloon“, rivolto ad illustratori ed illustratrici esordienti.
La mostra, che racconta la storia della fantascienza cinese passata e contemporanea, contiene un’ampia sezione – realizzata in collaborazione con l’antropologo Francesco Vietti – dedicata a Kowloon, il distretto di Hong Kong protagonista di innumerevoli narrazioni fantascientifiche, fra letteratura, cinema e videogioco, prima fra tutte la “Trilogia del Ponte” scritta da William Gibson, il padre del Cyberpunk.
La città murata di Kowloon, di recente, è tornata ad essere protagonista di una storia fantascientifica, si tratta di Semuren, il nuovo romanzo di Francesco Vietti, di prossima pubblicazione per Castelvecchi Editore.
Proprio a questo tema è dedicato il contest: come immaginate la città murata di Kowloon?
Per partecipare al contest è necessario realizzare un’illustrazione, senza limiti di tecnica, ispirata all’estratto sopracitato. L’illustrazione potrà essere realizzata sia in modalità tradizionale che in digitale.
Sono escluse illustrazioni realizzate con algoritmi di intelligenza artificiale generatori di immagini.
In caso di opera cartacea, si prega i partecipanti di conservare l’originale. Non ci sono costi di iscrizione.
SCADENZA E INVIO FORMATI RICHIESTI
Domenica 14 Gennaio 2024 entro le ore 23:59. ATTENZIONE: La scadenza per l’invio è stata prorogata al 21 Gennaio, entro le ore 23.59.
L’illustrazione va inviata in formato digitale: PDF (formato stampa ad alta qualità), in formato A3 (297mm x 420mm) al seguente indirizzo mail: info@mufant.it
RICONOSCIMENTI
Il contest prevede un premio di 250 euro totali per l’opera selezionata come la più meritevole da una giuria di esperti. L’immagine vincitrice potrà inoltre essere selezionata per diventare la copertina del romanzo “Semuren”, edito da Castevecchi Editore.
La giuria selezionerà inoltre 10 fra le immagini pervenute. La selezione sarà esposta presso il MUFANT in una sezione ad hoc nel percorso espositivo della mostra Hic Sunt Dracones.
DA UN’IDEA DI:
Francesco Vietti, autore del romanzo, è docente di Antropologia all’Università di Torino, grande appassionato di fantascienza e profondo cultore del mondo cinese.
Domenica 05.11.2023, ore 16.30 Presentazione del libro “Le avventure spaziali del sergente Rossi”, con l’autore Paolo Zaccaria Carati.
Ospite al Mufant Paolo Zaccaria Carati: domenica 5 novembre dalle 16.30 alle 18.30 lo scrittore genovese presenterà il suo libro “Le avventure spaziali del sergente Rossi”, il suo romanzo fantascientifico d’esordio edito da Yowras Editrice.
Adam Rossi, XXIV Legione Lunare della Federazione Terrestre. Sergente. La sua squadra è composta da pochi, fidati uomini: Antony Garrone e Jimmy Nobis. Se c’è una missione che non ha nulla di semplice, viene affidata a lui. Lo troviamo spesso immerso nel fango fino al ginocchio oppure in una giungla umida e inquietante, in cammino verso rovine di avamposti su pianeti di altri sistemi solari, impegnato nel recupero di creature che chiamare animali è un azzardo.
La morte lo segue da vicino nelle azioni di guerriglia e nei combattimenti contro i Curvaniani, nei ritrovamenti di civiltà ormai scomparse, nelle riunioni operative con alleati acquatici che comunicano con il pensiero.
Un diario di viaggio dove tempo e spazio formano onde che si incrociano con i ricordi. Perché l’unica cosa importante per un militare di carriera è fare il proprio dovere, e sopravvivere per raccontarlo.
Il libro sarà acquistabile direttamente alla presentazione, con possibilità di far firmare la propria copia dall’autore.
Sabato 23.09.2023, ore 16.30 Presentazione del libro “Il trentunesimo giorno”, con Dario Tonani e Franco Brambilla.
Sabato 23 settembre 2023, dalle ore 16:30 alle ore 18:30, ospiteremo la presentazione del romanzo “Il trentunesimo giorno”, edito per Oscar Fantastica Mondadori.
A presentare il libro sarà l’autore stesso, Dario Tonani. Scrittore di punta della fantascienza italiana che torna al MUFANT con un nuovo progetto.
Conosciuto al pubblico affezionato per il celebre ciclo di “Mondo9” (entrata nella “Top 10” dei migliori titoli di science fiction straniera in Giappone e Russia), questa volta abbandona la sua “comfort zone” con un nuovo romanzo dal titolo “Il trentunesimo giorno”, un ibrido fra il distopico e il thriller, suscitando molta curiosità tra gli appassionati di fantascienza e non solo.
Ospite d’eccezione inoltre sarà l’illustratore della copertina Franco Brambilla, artista italiano di fama internazionale devoto alla fantascienza che ha creato con Dario Tonani un vero e proprio connubio artistico fra immagine e parola. Illustratore da oltre vent’anni delle principali collane fantastiche di Mondadori.
L’illustrazione di Brambilla, dominata da corpi che cadono dall’alto, ci precipita immediatamente nell’atmosfera di un libro dalle tinte inquietanti.
“Ombre, stormi, cadaveri. Qualcuno deve tirarli giù.”
In un presente dai tratti post-apocalittici, il mondo è afflitto da piogge ininterrotte che distruggono la vita così come gli esseri umani la conoscono, rendendo la sopravvivenza una necessità primaria da anteporre alla propria morale.
Ad aggiungere isteria ad una situazione già drammatica, è il destino dei resti di chi perde la vita durante il nubifragio: i corpi di persone e animali si gonfiano e galleggiano in aria. In tutto il mondo appaiono cadaveri di uomini, donne e bambini, milioni di corpi privi di vita che galleggiano in balia del vento e delle correnti d’alta quota, e nessuno sa spiegarsi come finiscano lì, perché non cadano, o come mai qualcuno di loro esploda. Serve trovare una soluzione per liberarsi di questi cadaveri, che peggiorano la situazione di un mondo già flagellato per motivi igienico sanitari, e per gli oggetti che a volte cadono dalle loro tasche.
La storia segue le vicende di due di loro: Evelyne, giovane (ex) proprietaria di un piccolo circo itinerante andato distrutto dalla pioggia, e Alvaro, un ladro tossicodipendente dal cuore tenero alla ricerca di una seconda possibilità.
Il 23 oltre al libro sarà inoltre presentato “Tarot from outer space“, il nuovo libro/portfolio dell’illustratore Franco Brambilla. L’autore si è divertito a disegnare in chiave fantascientifica gli Arcani Maggiori, immaginando che anche nel momento in cui l’uomo raggiungerà le stelle, porterà con sé anche queste carte. L’artista ha aggiunto anche un paio di tarocchi prettamente “spaziali“: il Robot e l’Alieno.
Sia “Il trentunesimo giorno” che “Tarot from outer space” saranno acquistabili direttamente alla presentazione. Nel caso del libro di Brambilla, il volume sarà disponibile in 100 copie tutte personalizzate con un disegno a pennarello sull’ultima pagina che illustra un ipotetico grande arcano del futuro: l’Astronave, l’A.I., il Buco Nero, l’Asteroide, e tanti altri.
In occasione della festa
per il patrono di Torino il MUFANT propone l’ingresso gratuito
all’evento conclusivo di Tecno Profezie che si terrà sabato 24
giugno dalle ore 17:30 alle ore 20:30.
Un’occasione per
festeggiare insieme la conclusione del progetto “Tecno Profezie”,
un lungo percorso di welfare culturale all’insegna dell’innovazione
digitale e della fantascienza.
Che cosa accadrà?
Nell’ambito della
rassegna “I racconti di Tecno Profezie”, è prevista la
presentazione del libro “Carolina dei delitti”. Ospite
d’eccezione è l’autrice, Lia Celi, scrittrice, blogger e conduttrice
televisiva che ha dedicato molta parte del suo lavoro al racconto di
alcune delle più importanti donne della storia. La scrittrice
presenta al MUFANT, in collaborazione con La Feltrinelli Torino, il
suo ultimo romanzo “Carolina
dei delitti”, ambientato nella Torino dei primi del Novecento e
dedicato a Carolina Invernizio, fra
le più popolari autrici di romanzi d’appendice di fine Ottocento.
Una
storia nera e torinesissima che incrocia anche la misteriosa
morte di Emilio Salgari.
Il pubblico potrà poi
partecipare alla prima sperimentazione degli NFT “made in MUFANT”
realizzati nel corso di formazione “Tecno Profezie” a cura del
Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino. Gli NFT
saranno creati attraverso la piattaforma CommonsHood e condivisi con
visitatori e visitatrici.
E’ previsto infine un
momento di presentazione pubblica del progetto Tecno Profezie con i
project manager Silvia Casolari e Davide Monopoli e con i docenti
dell’Università di Torino referenti dei due percorsi di formazione
del progetto, l’antropologo Francesco Vietti del Dipartimento di
Filosofia e Scienze dell’Educazione e la ricercatrice Maria Cristina
Viano del Dipartimento di Informatica.
Tecno Profezie è stato un lungo ed affascinate percorso nell’innovazione digitale attraverso la fantascienza, un progetto di welfare culturale sostenuto dalla Città di Torino con fondi dell’Unione Europea, che ha coinvolto persone che stanno attraversando un momento di disagio sociale.
Programma:
Ore 17:30-18:30
Tecno Profezie, l’ideazione del progetto.
A cura di Silvia Casolari e Davide Monopoli, MUFANT.
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Il laboratorio Tecno Profezie – First Life.
A cura di Francesco Vietti, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione Università di Torino.
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Il laboratorio Tecno
Profezie – CommonsHood.
A cura di Maria Cristina Viano, Dipartimento di Informatica Università di Torino.
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Ore 18:30-20:30
Presentazione del romanzo “Carolina dei delitti” (Salani) con l’autrice Lia Celi.
Insediamenti estremi tra arte, narrativa e illustrazione
Il ciclo di incontri di “Racconti di Tecno Profezie” prosegue con la conferenza dal titolo “Dalla Lanterna a Mecharatt di Mondo9 – Insediamenti estremi tra arte, narrativa e illustrazione“, che si terrà il 6 maggio 2023, dalle ore 16:00 alle ore 19:00, presso il MUFANT. Durante la conferenza Dario Tonani, scrittore di fantascienza (Mondadori) e Franco Brambilla (illustratore di fama della collana Urania di Mondadori che ha curato anche le illustrazioni dei romanzi della saga di Dario Tonani) effettueranno un intervento dal titolo “Mecharatt la Lurida” per raccontare, e ripercorrere quindi, la genesi, lo sviluppo e la trasposizione per immagini di una metropoli decadente eppure brulicante di attività, collocata sull’orlo del Grande Deserto, e parte dell’universo di Mondo9; a loro si aggiunge l’intervento di Giorgia Palombi e Nadia Camandona volto a presentare il progetto artistico One Connection di cui la “Lanterna”, il portale di connessioni di energie, ne è l’emblema, concepito come una forma organica all’interno della città di un futuro sempre più alienante che ci riconnette alla natura e a noi stessi. L’artista Nadia Camandona, per l’occasione, presenterà l’iniziativa editoriale “I Racconti della Lanterna“, che raccoglie le storie delle persone che stanno vivendo il loro nuovo futuro attraverso l’energia di One Connection.
Mecharatt, illustrazione di Franco Brambilla per il romanzo di Dario Tonani
Dopo la conferenza, ci sarà la possibilità di partecipare a due laboratori, organizzati da Giorgia Palombi e Nadia Camandona, dal titolo “One Connection e la Wonder Lantern” per risvegliare e tutelare la scintilla della meraviglia.
La Lanterna di Giorgia Palombi
In un mondo futuristico dove le Lanterne fungono da riattivatori della scintilla della meraviglia, ci siamo noi, gli esseri umani, esseri senzienti dotati di libero arbitrio.
Che ruolo ricopriamo? Chi siamo e dove vogliamo andare? Come sono correlati passato, presente e futuro nello spazio del non-tempo di One Connection?
I due laboratori si incentreranno su:
𝗣𝗔𝗦𝗦𝗔𝗧𝗢
LA CHIAVE MAGICA. I Custodi dal passato.
Non tutti sanno che in un lontano passato la Lanterna era la dimora delle fate. Qualcosa è successo nel frattempo e ora siamo chiamati a custodirne il ricordo prezioso. In questo laboratorio scoprirete la vera storia delle Chiavi fatate, come trovare la vostra e diventarne i Custodi. Ascoltando il racconto e decorando il vostro astuccio personalizzato sarete pronti ad accogliere la vostra Chiave e accedere alla magia dei vostri sogni.
Età dei partecipanti: fino a quando si crede nella magia. Numero di partecipanti: massimo 12.
𝗣𝗥𝗘𝗦𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗘 𝗙𝗨𝗧𝗨𝗥𝗢
I sognatori. Chi possiamo essere oggi per creare il nostro futuro.
Tutti noi abbiamo avuto in un momento della vita il desiderio di avere i super poteri per raggiungere i nostri sogni o risolvere i nostri problemi. Se potessi avere dei super poteri, quali vorresti?
Vieni a scoprire chi puoi essere creando il tuo Dream Avatar.
Scopri i tuoi poteri. Potrai scegliere delle risorse/talenti/poteri (es. Forza, fiducia, tempo, ecc.) che ti permetteranno di avvicinarti sempre più alla realizzazione del tuo sogno.
Crea il tuo Dream Avatar. Taglia, piega, incolla, colora. Utilizza le risorse acquisite e crea il tuo Avatar. Adesso puoi essere ciò che vuoi (saranno dati degli elementi di cartone di varie forme e colori che potrai assemblare come più ti piace).
Tutti i partecipanti potranno portare con sé il proprio Dream Avatar.
Età dei partecipanti: dai 13 anni in su. Numero di partecipanti: massimo 12. Durata laboratorio: max 1 ora.
L’evento si svolge con il patrocinio del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Incontro realizzato nell’ambito della mostra “Prossime Città”, in allestimento al MUFANT fino al 30 giugno 2023. Si ricorda che la mostra “Prossime Città” fa parte del progetto “Tecno Profezie”, sostenuto dalla Città di Torino con fondi PON Metro e sviluppato nel contesto del bando REACT. “Tecno Profezie” è un progetto finanziato nell’ambito della risposta dell’Unione alla pandemia da COVID-19.
Una nuova e importante collaborazione per il Mufant: siamo partner, insieme a L’Indice dei Libri del Mese, della terza edizione del call per racconti brevi indetta dal Premio Italo Calvino.
Dal 18 febbraio al 3 marzo 2021 sono aperte le iscrizioni al call per racconti brevi. Il tema è “Oltre il velo del reale”. Tra i 10 finalisti, i due vincitori vedranno pubblicato il loro racconto.
Tutte le informazioni utili per partecipare e il bando si trovano sul sito del Premio Calvino.
Il Direttivo del Premio selezionerà i dieci racconti finalisti. Tra questi saranno poi decretati due vincitori. Il primo a cura di una giuria tecnica composta da Silvia Casolari (fondatrice e codirettrice del Mufant), Loredana Lipperini (giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica), Andrea Pagliardi (direttore editoriale dell’Indice) e Franco Pezzini (saggista), il secondo votato dal pubblico sul sito dell’Indice. Entrambi i racconti verranno pubblicati in un apposito speciale dedicato al fantastico in uscita con il numero di maggio dell’Indice.
Eravamo nella biblioteca del museo, e Silvia scorreva il libro dei visitatori con evidente soddisfazione. “È quasi finito! Fra poco dovremo prenderne un altro” mi disse
indicando l’esiguo spessore delle pagine ancora intonse. Cominciò a sfogliarlo
all’indietro, fino ad arrivare al giorno della riapertura del museo dopo le
vacanze estive, e a quel punto si fermò, perplessa. Prima dei commenti datati 5
settembre c’era una pagina vuota, tranne alcune parole in inglese, scritte a
grandi caratteri in stampatello:
GREETINGS AGAIN
BEST WISHES
Al posto delle firme c’era qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Non riuscivamo a riuscire a capire di quale lingua o quale alfabeto si
trattasse.
“Sembrano ideogrammi” disse Silvia. “Ma non cinesi o giapponesi, per
quel che ne so.”
Io guardai a lungo, con un sensazione di leggera vertigine, mentre il
ricordo di un sogno confuso si ripresentava all’improvviso nella mia mente. Mormorai
“Allora sono tornati” a voce bassissima, quasi senza rendermene conto. Alzai
gli occhi e vidi che Silvia mi scrutava con uno sguardo vagamente preoccupato.
“Paolo, che stai dicendo?”
Avrei voluto mordermi la lingua, ma era troppo tardi. Senza una parola presi dalle sue mani il volume di grande formato e lo sfogliai ancora più indietro, per tornare all’inizio dell’anno. Non lo avevo mai fatto, ma ora sapevo che cosa avrei trovato. Dopo i numerosi saluti dei partecipanti ai Japan Days, la festa giapponese di fine gennaio con la partecipazione di associazioni, fan club, artisti e cosplayer, c’era una pagina con due commenti scritti nella stessa grafia e con le stesse firme:
WONDERFUL MUSEUM
GREETINGS FROM A FAR
AWAY PLACE
Non era strano che fossero passati inosservati fra le battute
scherzose e le vignette che avevano riempito le pagine del libro in quei
giorni. Ma guardandoli bene si notavano la scrittura incerta, il tratto molto
diverso da quello delle penne usate dai visitatori e il colore blu-violetto
dell’inchiostro, che luccicava debolmente sotto le luci fluorescenti della
biblioteca.
“Paolo, che ti succede?” domandò Silvia. “Sei impallidito di colpo…”
Io rimasi in silenzio per qualche attimo, mentre gli eventi di quella notte si riallineavano in bell’ordine nella mia memoria. Poi risposi: “Chiama Davide. Questa è una cosa che deve sentire anche lui.”
Aspettammo in silenzio che il direttore del museo ci raggiungesse. Solo in quel momento ricordai che Davide è anche, o soprattutto, uno psichiatra… Ma non mi chiesi che cosa avrebbe pensato. Sedemmo intorno a uno dei tavolini di vetro e io cominciai a raccontare una storia che, come sapevo, non poteva avere avuto altri testimoni.
Gli ultimi visitatori erano usciti da più di un’ora. Dopo la grande
folla e la festosa confusione dei Japan Days, le prime giornate di febbraio
erano trascorse in una calma quasi irreale, e in quel tardo pomeriggio di un
grigio sabato invernale le sale del museo, immerse nella penombra, erano
deserte e silenziose, popolate da presenze immote che attendevano pazienti di
riprendere vita nella memoria o nella fantasia degli spettatori.
Mi ero trattenuto oltre l’orario di chiusura, a chiacchierare un po’
con Silvia e Davide, i fondatori del museo, e a curiosare fra i libri della
ricca biblioteca che includeva la collezione di Riccardo Valla. Adesso però si
stava facendo tardi: volevo passare a fare un po’ di spesa al supermercato
Auchan che è quasi di strada per tornare a casa. Andai a prendere il giaccone,
controllai la borsa della macchina fotografica, e salutai Silvia e Davide, che
erano nell’angolo della biblioteca usato come ufficio, chini sui loro
portatili, ancora impegnati nella difficile stesura di un documento da
presentare al comune o alla circoscrizione.
Scesi le scale dell’edificio scolastico anni ‘70 che ospita il museo, ma un attimo prima di aprire la porta esterna, superata la quale sarei rimasto chiuso fuori, mi fermai di colpo davanti alla biglietteria deserta. Sentivo che stavo dimenticando qualcosa. Che cosa? Frugai nelle tasche del giaccone: chiavi di casa, chiave della macchina, patente, bancomat, fazzolettini, qualche moneta… Dov’era il telefono? Guardai anche nella borsa fotografica. Non c’era. Dove diavolo l’avevo
lasciato?
La mia memoria non stava migliorando con l’età. Tornai indietro e,
mentre risalivo lentamente le due rampe di scale, passando davanti al grande
poster di “Invasion of the Saucer-Men”, cercai di ricordare ciò che avevo fatto
nel pomeriggio. Il telefono, conclusi, doveva essere nella sala video, quella
usata per le conferenze.
Rientrai silenziosamente (avevo lasciato la porta sulle scale aperta,
come l’avevo trovata) e, senza passare davanti alla biblioteca, andai
direttamente verso la sala video, facendomi strada nella penombra fra le teche
del salone centrale, oltrepassando il Tardis, il Dalek e la riproduzione della
consolle del Tardis, che appartenevano al Doctor Who Italian Fan Club.
Il telefono non c’era. Guardai sul tavolo coperto da un panno nero e
su tutte le sedie. Niente. Cominciai a imprecare sottovoce. Se lo avevo
lasciato da qualche parte in una delle altre sale potevo cercarlo per ore, a
meno che non fosse in bella vista sulla scrivania dello Scienziato Pazzo o
accanto a uno dei Borg a grandezza naturale nella sala dedicata a Star Trek,
che esponeva parte delle collezioni di Stefanie Gröner.
Sarei potuto tornare da Silvia e Davide e chiedere di chiamare il mio
numero… ma naturalmente il mio telefono era silenzioso e di certo non l’avrei
sentito vibrare, in un ambiente così vasto.
Forse era rimasto nel magazzino, dove l’avevo usato per un paio di
foto panoramiche. Aprii la porta, accesi la luce… ed eccolo là, il piccolo
bastardo, su un tavolo in mezzo a utensili, barattoli di smalto, cornici
smontate e altri oggetti meno identificabili.
Misi il telefono al sicuro nella tasca del giaccone e mi guardai
intorno. Il magazzino del Mufant – il Museo del Fantastico e della Fantascienza
di Torino – aveva perso gran parte del suo fascino caotico da quando era stato
sgombrato e riordinato, con la prospettiva di servire come laboratorio e come
ufficio. Ma c’erano ancora molte cose bizzarre e interessanti.
Per esempio, su un tavolino c’erano una dozzina di numeri di La Stampa
e Stampa Sera del luglio 1969, i giorni dell’Apollo 11. Ricominciai a
sfogliarli, leggendo i titoli e la prosa dell’epoca, provando un misto di
nostalgia, di divertito stupore per la loro ingenuità, e di fascinazione per
quel momento storico irripetibile. L’avevo vissuto anch’io, anche se avevo solo
quattordici anni e avevo visto i primi passi di Neil Armstrong non in diretta
ma in differita, alle otto del mattino del 21 luglio.
Quando mi ricordai di guardare l’orologio rimasi stupito: le 20.40. A
quel punto non avrei fatto in tempo a passare da Auchan, ma sulla via di casa
c’era il mio solito Carrefour aperto tutta la notte. Nessun problema.
Aprii la porta e spensi la luce del magazzino. Era molto buio, adesso.
Solo un debole chiarore filtrava dai lucernari. Potevo accendere le luci nel
salone, ma dopo qualche istante la mia vista si adeguò alla luce scarsa… e
ormai conoscevo l’ambiente come casa mia. Mi avviai cautamente verso l’uscita,
ma all’improvviso fui colto da un terribile sospetto, che divenne certezza
pochi istanti dopo.
La porta a vetri sulle scale era chiusa, con i maniglioni bloccati
dalla catena da bicicletta e dal grosso lucchetto che formavano un ulteriore
ostacolo contro eventuali intrusioni. Durante la mezz’ora precedente Silvia e
Davide, sicuri che io fossi uscito, avevano chiuso tutto e se n’erano andati a
casa. Sulle scale c’era luce, ma a quell’ora sicuramente non c’era più nessuno
nell’edificio, che al piano superiore ospitava un circolo di pensionati.
Presi il telefono e feci per chiamare Davide. Non accadde nulla: il
display rimase buio. Lo riavviai e dopo un fuggevole ritorno in vita il
messaggio “batteria completamente
esaurita” pose fine al mio tentativo.
Va bene, mi dissi. Cerchiamo un alimentatore e un cavo, sicuramente ce
ne saranno in ufficio. Mi girai verso l’ingresso della biblioteca e, nel buio,
il rapido lampeggiare di un led rosso su un muro, più in alto della mia testa,
mi fece ricordare un’altra cosa che avevo dimenticato.
L’antifurto! I sensori di movimento dovevano avere già fatto scattare
l’allarme. Forse proprio in quel momento i telefoni di Silvia e Davide stavano
ricevendo una chiamata automatica d’emergenza.
Non credo di essermi mai sentito così stupido in vita mia. Non potendo
fare altro, raggiunsi la biblioteca, accesi tutte le luci e sedetti a uno dei
tavolini, la testa fra le mani. Potevo solo sperare che Davide arrivasse prima
di polizia e carabinieri… e anche in quel caso ci sarebbero state delle
spiegazioni piuttosto imbarazzanti da dare.
Però, a pensarci bene, non doveva esserci anche un allarme acustico da
qualche parte? Non ero sicuro che ci fosse, ma non sentivo assolutamente nulla.
Era tutto molto silenzioso, perfino troppo.
Attesi per qualche minuto di udire una sirena in rapido avvicinamento,
o perlomeno il rumore di un’automobile che si fermava davanti all’ingresso,
sotto le finestre della biblioteca. Poi alzai cautamente una delle tapparelle
metalliche dietro l’angolo fra gli scaffali che fungeva da ufficio. Il piazzale
era completamente deserto, senza nemmeno un’auto parcheggiata.
Dopo un quarto d’ora cominciai a pensare che non sarebbe successo
niente. Dopo mezz’ora cominciai a esserne sicuro. Forse l’antifurto non
funzionava, o non era stato inserito? Dato che l’interruttore si trovava
nell’atrio vicino alla biglietteria, per me irraggiungibile, non avevo modo di
saperlo.
Va bene, Paolo, adesso che si fa?
Sapevo che l’uscita di emergenza, vicino alla sala video, era
ugualmente sbarrata. D’accordo, ero solo al primo piano, ma per il momento non
volevo prendere in considerazione l’idea di calarmi da una finestra, con il
rischio di rompermi una caviglia o di farmi arrestare o tutte e due le cose.
Cercai un cavo USB, ma non ne vidi nessuno. Silvia e Davide avevano portato via
anche i loro portatili. Ce n’era uno nella sala video, collegato al proiettore,
ma sapevo già che non andava in rete. In estrema sintesi, avevo un router wi-fi
che copriva tutta l’area del museo e nessun dispositivo da connettere per
comunicare con il mondo esterno.
Non si può essere così stupidi, mi dissi con determinazione. Però c’ero riuscito. Ero bloccato dentro il Mufant fino al primo pomeriggio del giorno dopo.
“Un museo è un posto strano”
diceva un personaggio in una vecchia storia di Jeff Hawke. E il Mufant è uno
dei più strani di tutti. Ormai dovevo accettare l’idea di trascorrere una notte
più o meno insonne fra alieni, mostri, maghi, draghi, dinosauri, robot e
scienziati pazzi riprodotti in tutte le forme e dimensioni. Potevo accendere le
luci, o rifugiarmi in una protettiva penombra, però sapevo che prima o poi
avrei dovuto stendermi in qualche modo e chiudere gli occhi. Ma come, e dove?
La sala video era l’unica in cui potevo spostare liberamente le sedie e il
tavolo. C’era anche una poltroncina imbottita, ma con lo schienale basso e
senza poggiatesta.
Non mi preoccupava la prospettiva di digiunare fino al pomeriggio
successivo. Avevo riserve abbondanti… Comunque cercai nel magazzino, trovando
solo una decina di bicchieri di plastica e nemmeno una bottiglietta d’acqua o
un sacchetto di patatine. Il progetto di realizzare un piccolo bar interno era
ancora sulla carta. Poco male, avrei bevuto acqua del rubinetto, e in quella
situazione dubitavo che avrei sentito la fame. Finché riuscivo a stare sveglio
non c’erano problemi a passare il tempo. Non con una biblioteca di diecimila
volumi, senza contare riviste e fumetti. Ma temevo di cadere addormentato di
colpo su uno dei tavolini di vetro.
Dopo aver girato un po’ a vuoto per le sale, accendendo e spegnendo le
luci intorno a me, mi venne l’idea di fare qualcosa di utile, qualcosa per
distrarmi e per non far sembrare completamente sprecato il tempo che ero
costretto a passare nel museo. Recuperai il cavalletto dal magazzino, montai la
fotocamera e cominciai a fare delle riprese che non potevo fare di giorno per
non intralciare i visitatori: con tempi lunghi, bassa sensibilità, diaframmi
chiusi e inquadrature minuziosamente corrette. Potevo mettere il cavalletto
dove volevo, accendere e spegnere gruppi di luci a soffitto e spostare come
volevo le lampade a stelo che erano sparse nei vari ambienti. Ebbi la
tentazione di rimuovere il plexiglas di alcune teche che non ero mai riuscito a
fotografare senza riflessi fastidiosi, ma la paura di danneggiarle fu più
forte, per cui mi limitai a illuminarle in maniera inconsueta. Peccato non avere
l’attrezzatura da studio, pensai: dopo i Japan Days avevo riportato a casa
lampade e ombrelli riflettori.
Lavorai con un certo entusiasmo forzato per quasi due ore, ma verso le
undici la stanchezza cominciò a farsi sentire. E non potevo negare che il
profondo silenzio intorno a me cominciava a darmi una sottile inquietudine.
Smanettando un poco avrei potuto accendere il video che, accanto alla figura
dello Scienziato Pazzo, durante il giorno proiettava “Frankenstein Junior”: ma
conoscevo il film a memoria, e non ero sicuro che le celebri battute del
doppiaggio italiano (“Lupo ululì, castello ululà”, “Si… può… fare!”, “Potrebbe
piovere”) avrebbero avuto un effetto salutare sui miei nervi ormai piuttosto
logori.
Se mi fermavo non sentivo assolutamente nulla, nemmeno i tipici
rumoretti di un edificio con una certa età e i termosifoni ormai freddi. Sapevo
che il Mufant, dopo l’orario di chiusura, era molto silenzioso. Ma cominciava a
sembrarmi strano che non si sentisse alcun rumore, né all’interno né dall’esterno.
Tornai nella sala video e sollevai una tapparella per guardare fuori, su via Reiss Romoli. La strada era deserta, nessun passante, nessuna automobile ferma al semaforo rosso… Mi allontanai dalla finestra con una sensazione di disagio che non riuscivo a mettere a fuoco. D’accordo, mi dissi, sono le undici e siamo ai confini della città… La zona è quella che è… Ma il sabato sera non dovrebbe esserci un po’ di movimento anche qui?
. . .
Mi rendevo conto di essere arrivato a quel punto della notte in cui quasi
non mi reggevo in piedi e gli occhi volevano chiudersi. Sbandando un poco,
andai in bagno, anche per bere un bicchier d’acqua, poi tornai verso la sala
video, facendo una tappa nel magazzino per prelevare tutti i drappi di velluto
nero usati per coprire i tavoli o come fondali. Spostai la poltroncina, girando
lo schienale contro il tavolo e, alla luce di una lampada a stelo, improvvisai
un cuscino per appoggiare la testa. La temperatura cominciava un po’ a calare.
Mi rimisi il giaccone, dopo avere svuotato le tasche di quello che poteva darmi
fastidio, e mi allungai sulla poltrona per quanto possibile, con i piedi
appoggiati su una sedia e le gambe avvolte in un altro pezzo di stoffa. Con la
testa nel cappuccio mi sembrava quasi di essere in un sacco a pelo. In realtà
non ero mai riuscito a dormire bene in un sacco a pelo, ma adesso avevo solo
bisogno di restare immobile e chiudere gli occhi…
Prima di spegnere la luce guardai l’orologio: era già domenica, da quasi dieci minuti.
. . .
Mi risvegliai di soprassalto, con la sensazione di cadere. Ma in
realtà non mi ero quasi mosso e la mia posizione sembrava ancora abbastanza
stabile. Lasciai calmare l’accenno di tachicardia che mi aveva colto, mentre
scrutavo la penombra della sala; una luce fioca entrava dallo spiraglio della
tapparella che non avevo abbassato completamente. Ero convinto di avere dormito
pochi minuti. Guardai le lancette debolmente luminose dell’orologio e, con
enorme stupore, vidi che erano le 3.55. Incredibile! Avevo dormito come un
masso per quasi quattro ore in una posizione così scomoda?
Allungai la mano fino alla lampada, toccai l’interruttore e… non
accadde nulla. Mancava la corrente? Da quanto? Ricordai che una volta, durante
una conferenza, c’era stata un’interruzione e intorno al Mufant si era
scatenato un autentico concerto di allarmi antifurto. Adesso, però, tutto era
silenzioso come prima.
Mi districai a fatica dal sacco a pelo improvvisato e mi rimisi in
piedi con cautela. Ero ancora un po’ stordito, ma un ampio assortimento di dolori
articolari mi aiutò a svegliarmi. Feci qualche passo verso la finestra e
guardai all’esterno.
Un saggio ha detto, giustamente, che è difficile vedere le cose ovvie.
Io ci misi un bel po’ di tempo per accorgermi di qualcosa che, a ripensarci,
non era affatto ovvio.
Via Reiss Romoli era deserta, come l’ultima volta che l’avevo vista.
Ma il semaforo era rosso sul passaggio pedonale e giallo sulla strada. Giallo
fisso.
Da vecchio fotografo dell’era analogica cominciai a contare i secondi
come si faceva prima dei timer elettronici: “milleuno, milledue, milletre…”. A
milledieci mi fermai. Il semaforo era bloccato sul giallo. Che cos’era
successo? C’era stata davvero un’interruzione di corrente che aveva impallato
la centralina? Non sapevo che cosa pensare.
Mi sentivo ormai abbastanza sveglio da non credere che sarei riuscito
ad addormentarmi di nuovo. Mancavano solo tre ore all’alba, anche se il cielo
plumbeo si sarebbe schiarito molto lentamente. Mi tolsi il giaccone,
lasciandolo sulle sedie, e mi avviai cautamente verso la porta, con
l’intenzione di arrivare fino al bagno e sciacquarmi con l’acqua fredda.
Quando mi affacciai sul corridoio dovetti fermarmi: lì il buio era
molto più profondo. Rimasi a scrutare l’oscurità, aspettando che la mia vista
si adeguasse al tenue chiarore che filtrava dai lucernari.
E in quel preciso momento mi giunse all’orecchio un suono caratteristico, inconfondibile anche a distanza in quel silenzio irreale: il cigolio della porta d’ingresso che si apriva sulle scale.
Il mio primo pensiero fu: “Alla buon’ora! Finalmente è arrivata la
polizia.”
Ma mi accorsi subito che c’era qualcosa di strano. Al cigolio dei
cardini della vecchia porta a vetri non aveva fatto seguito alcun rumore. Forse
non ero completamente sveglio, ma mi era difficile immaginare i poliziotti che
avanzavano silenziosamente nell’oscurità, per sorprendere una improbabile banda
di scassinatori assoldata da qualche collezionista pazzo allo scopo di
saccheggiare i tesori del Mufant.
Alla mia destra, la lontana estremità del corridoio che andava verso
la biblioteca non era più completamente buia. Ma c’era qualcosa che non mi
convinceva nel chiarore bianco-azzurro che filtrava dal corridoio d’ingresso.
Non sembrava affatto la luce di una o due torce elettriche, ma un bagliore
diffuso da una fonte ancora nascosta, che sembrava avvicinarsi all’angolo del
corridoio, a quasi trenta metri di distanza.
Se fossi rimasto dov’ero, sulla soglia della sala video, sarei stato
visibile appena gli intrusi, chiunque fossero, avessero svoltato l’angolo.
Ormai ero sicuro che non fossero poliziotti, e quella luce mi sembrava sempre
più strana.
Mi diressi nella direzione opposta, verso l’angolo del corridoio alla
mia sinistra, per poi svoltare a destra, verso il salone centrale. Da lì potevo
vedere un tratto del corridoio d’ingresso, solo debolmente illuminato dal
chiarore che stava diminuendo. Gli intrusi dovevano essere arrivati all’altro
corridoio, quello da cui ero appena venuto.
Per qualche attimo pensai di camuffarmi tra la sfilata di costumi di
Star Wars, ma poi decisi di nascondermi dentro il Tardis: la porta era aperta.
Peccato che non fosse “più grande dentro
che fuori” come l’originale in Doctor Who, ma era sufficiente per fornirmi
un buon punto d’osservazione. Entrai, chiusi la porta e lasciai parzialmente
aperto il portello con il simulacro del telefono, all’altezza dei miei occhi.
Nel corridoio, oltre la
soglia del salone, il chiarore continuava a
farsi più vivido, fino a diventare una luce intensa, dalla tonalità fredda, che
sembrava venire dall’alto, vicino al soffitto. Ora sentivo chiaramente dei
passi che si avvicinavano.
Ci fu un attimo di silenzio. In quella luce spettrale tutto era
immobile. Io trattenevo il respiro. Poi sul pavimento si disegnarono due ombre
allungate, e due figure in controluce apparvero sulla soglia, accanto alla
consolle del Tardis.
Erano un uomo e una donna. Sembravano molto giovani. Di corporatura
sottile, indossavano delle semplici tute aderenti di colore grigio-argento.
Fermi sulla soglia, si guardarono intorno, nella luce che delineava le loro
sagome, e io notai che non sembravano molto diversi l’uno dall’altra. La donna,
che sembrava quasi un’adolescente, si distingueva dal suo compagno solo per un
accenno di seno e fianchi appena più pronunciati. Avevano circa la stessa
statura, e mi parvero leggermente più piccoli di me.
Continuavano a guardarsi intorno con aria perplessa, scambiandosi
qualche parola in una lingua irriconoscibile. Io continuavo a notare i dettagli
del loro aspetto. Avevano entrambi capelli corti, tagliati allo stesso modo;
quelli del ragazzo erano di un biondo chiarissimo, quasi argenteo; la ragazza
aveva una capigliatura di un rosso vivo. La pelle bianca e compatta mi fece
pensare a un trucco teatrale; i tratti erano indefinibili, con qualcosa di
europeo, qualcosa di orientale e qualcosa che non riconoscevo. Sembravano due
cosplayer… Ma che personaggi stavano interpretando? E che ci facevano due
cosplayer dentro il Mufant alle quattro del mattino? Sapevo che c’erano dei
personaggi davvero eccentrici in quell’ambiente, ma sarebbe stata una burla
troppo elaborata e rischiosa, se lo scopo era quello di girare un video da
mettere su YouTube.
I due mossero qualche passo nel salone, e la fonte di luce li seguì.
Quando apparve oltre la soglia rimasi allibito. Era una sfera di luce del
diametro di forse mezzo metro, sospesa nell’aria a pochi centimetri dal
soffitto. Si abbassò per oltrepassare la soglia, poi tornò a librarsi alla
stessa altezza. Il tutto nel silenzio più assoluto. Non poteva essere un drone.
Il ragazzo guardò verso il Tardis, ora illuminato direttamente, mi
vide, e restò immobile a fissarmi. Il mio volto pallido doveva spiccare nella
cornice della cabina telefonica. Decisi che era il momento di uscire.
Ero stupito e turbato dalla stranezza della situazione, e mi rendevo
conto che stavo vedendo qualcosa di straordinario; ma non ero davvero
spaventato. I due ragazzi non portavano alcuno strumento; non riuscivo a
immaginare che fossero pericolosi.
Mentre facevo qualche passo verso di loro vidi che erano davvero molto
magri, con lunghe dita affusolate. Gli occhi avevano un taglio orientale:
quelli del ragazzo erano grigi, quelli della ragazza di un verde brillante. La
pelle così chiara sembrava naturale, vista da vicino. C’era una discreta
somiglianza fra i loro volti.
“Chi siete?” domandai con la voce più ferma che mi fosse possibile in
quel momento. Il ragazzo mi guardò immobile, la ragazza scosse la testa in
maniera quasi impercettibile. Provai con l’inglese, parlando lentamente e
staccando le parole.
“Who are you?”
I due si scambiarono un’occhiata, poi la ragazza fece eco alla mia
domanda.
“Who are you?”
La frase era troppo breve per individuare un accento. Ci pensai un
attimo, poi risposi “My name is Paolo”, e dopo averci pensato un altro po’, per
trovare le parole, aggiunsi:
“Sono un collaboratore di questo museo.”
Questa volta fu il ragazzo a parlare, con una cautela simile alla mia.
“Non pensavamo di trovare qualcuno qui durante di notte.”
“È stato uno sbaglio” cercai di spiegare. “I… proprietari… del museo
sono andati via pensando che io fossi già uscito.”
I due ragazzi si guardarono di nuovo, senza parlare.
“Ma voi chi siete?” provai a insistere.
Sembrarono pensarci a lungo, poi la ragazza rispose: “Io mi chiamo
Kleendar”.
Il ragazzo la imitò: “Io mi chiamo Jeran”.
(Ho trascritto i nomi foneticamente: Kleendar, pronunciato con una “i”
molto lunga, sembrava inglese, mentre Jeran sembrava francese, sia nel suono
che nell’accento sulla seconda sillaba.)
A questo punto ci fu un’altra pausa di silenzio imbarazzato. La
domanda successiva toccava a me.
“Da dove venite?”
Questa volta non risposero, ma parlarono a bassa voce fra di loro. La
lingua aveva un suono veramente strano, almeno alle mie orecchie. Somigliava al
giapponese nel tono e nella cadenza, ma alcuni suoni mi ricordavano le lingue
slave. Altri non mi ricordavano nulla
che avessi mai sentito.
Dopo almeno mezzo minuto, parte del quale trascorso in silenzio con
un’aria attenta, come se stessero ascoltando qualcosa che io non potevo udire,
la ragazza rispose:
“Veniamo da un luogo molto lontano da qui.”
“Questo lo avevo capito” risposi immediatamente, e la conversazione si
arenò di nuovo. Il loro inglese era corretto, pronunciato con cura, ma con un
accento indefinibile. Probabilmente il mio non era molto meglio, dato che erano
anni che non avevo occasione di parlarlo.
Nel frattempo continuavo a guardarli. Il loro aspetto era chiaramente
umano, anche se piuttosto androgino. Passai in rassegna le varie alternative
classiche per un appassionato di fantascienza, e provai a sondarli.
“Venite dal futuro?”
“Dal futuro?” replicò la ragazza con espressione stupita. “Oh, no. Non
esattamente.”
Avrei sentito quella risposta, “not
exactly”, numerose altre volte, quella notte.
“Venite da un altro pianeta?”
Non risposero subito, ma non parlarono nemmeno fra loro. Ascoltarono
una voce silenziosa, forse nelle loro menti, poi il ragazzo disse: “Non
possiamo parlarne.”
In italiano la frase sarebbe parsa ambigua, ma in inglese era inequivocabile:
“We may not tell
about that.”
Dunque, venivano da un altro pianeta. Un pianeta con una comunità
umana extraterrestre?
O erano degli androidi creati per l’occasione da alieni non umani?
Ma se fossero stati solo dei replicanti, dei simulacri temporanei,
perché creare un androide e una ginoide? Ora che li guardavo da vicino in piena
luce, potevo notare che le tute attillate non nascondevano più di tanto dei
dettagli perfettamente naturali. Certo, avevano qualcosa di insolito, che
poteva far pensare a modifiche genetiche e a una progressiva deviazione dalla
linea ereditaria comune fra noi e loro. Mi colpiva in particolare il loro
aspetto slavato. Non erano albini, ma l’estremo pallore e i capelli quasi
bianchi del ragazzo sembravano indicare una vita trascorsa in un ambiente
artificiale. Anche la ragazza aveva solo due note di colore – gli occhi e i
capelli – ma per il resto appariva sbiadita come il suo compagno. Le
sopracciglia di entrambi erano appena accennate. Le labbra erano sottili ed
esangui. Tuttavia non avevano nulla di realmente alieno. La domanda mi venne
del tutto spontanea.
“Ma voi due… siete realmente… umani?”
Questa volta fu il ragazzo a mostrarsi stupito. Mi guardò con aria
incredula, poi rispose:
“Che cosa dovremmo essere?”
Il modo in cui lui e la sua compagna rispondevano, alternandosi senza
mai sovrapporsi, mi ricordava alcune coppie di gemelli che avevo conosciuto in
passato. Così provai con un’altra domanda.
“C’è una somiglianza fra di voi. Siete imparentati?”
“Cosa?”
“Siete… fratello e sorella, per esempio?”
I due si guardarono, poi fu la ragazza a rispondere.
“No… Non esattamente.”
. . .
Eravamo ancora là, a guardarci in silenzio, dentro quella bolla di
luce circondata dall’oscurità del museo. Ormai ero convinto di avere di fronte
a me dei lontani discendenti della Terra, con i quali potevo comunicare, a
fatica, usando una lingua che non apparteneva a nessuno di noi.
I visitatori non sembravano avere alcuna fretta. Mi chiedevo quali
pensieri attraversassero le loro menti, dietro quegli occhi che mi scrutavano
con tranquilla sicurezza. E mi chiedevo se fossero soltanto loro a scrutarmi.
“Perché siete qui?”
Ancora quella strana esitazione prima di rispondere.
“Siamo interessati a questo luogo” disse Kleendar.
“Perché? Per quale ragione?”
“Perché contiene una collezione di libri e oggetti che non potremmo…
esaminare in un altro modo” rispose Jeran.
“Che significa?” domandai impulsivamente, un attimo prima di capire
ciò che era sottinteso in quella risposta. La domanda seguente fu altrettanto
impulsiva.
“Voi avete accesso a Internet?”
“Sì, certo.”
Credo di essere sbiancato di colpo. Il pensiero che questi e forse
altri osservatori alieni usassero account fittizi su Facebook, Instagram e
Twitter era a dir poco raggelante. Pensai alle pagine della NASA, invase dai
deliri dei terrapiattisti e dei fanatici che negavano le missioni lunari. E
quello era solo il primo caso che mi veniva in mente. Per un attimo mi sentii
sprofondare. Mi venne perfino la tentazione di scusarmi per l’immagine che la
nostra civiltà stava dando di sé stessa; poi il senso del ridicolo mi trattenne
dal farlo. Rimasi in silenzio, ma la mia espressione doveva essere
significativa anche ai loro occhi.
Per reagire in qualche modo all’imbarazzo che provavo mi spostai di
qualche passo, tornando verso il corridoio. Kleendar e Jeran mi seguirono,
seguiti a loro volta dalla luce sospesa sopra le loro teste. Mi era venuta una
vaga idea di fare da guida, anche se forse non ne avevano bisogno.
Proseguii fino alla sala video, ma a quel punto i due ragazzi si
fermarono. Me ne accorsi e mi fermai anch’io. In quel momento ebbi
l’impressione di udire dei rumori lontani, in direzione della biblioteca.
Allarmato, mi voltai verso di loro e chiesi: “Siete venuti qui… da
soli?”
“No, non esattamente” rispose Kleendar guardando verso l’oscurità,
alle mie spalle.
Seguii il suo sguardo. Alla fine del lungo corridoio il buio sembrò
condensarsi in qualcosa che non aveva ancora una forma. Era solo una vaga
sensazione di movimento, al limite della mia visione.
Poi l’oscurità aprì due occhi gialli che mi fissarono. Io rimasi come
paralizzato, mentre il cuore sembrava fermarsi.
“Non avere paura” disse la ragazza. “Lei è la nostra pilota.”
“L-lei?” riuscii a chiedere, non so con quale voce.
“Sì” rispose il ragazzo. “Non ricordo la parola esatta, ma in questo
momento è in una fase femminile.”
Mentre la
guardavo, come in un sogno assurdamente nitido, riconobbi con assoluta certezza
l’entità che emergeva lentamente dal buio. Non potevo sbagliarmi: nel
museo ce n’erano almeno due raffigurazioni approssimative. Ma quei disegni,
frutto dei ricordi di un testimone confuso e spaventato, non mi avevano
preparato alle impressioni che provavo in quel momento. Ciò che prendeva forma
di fronte a me era una creatura enorme, ma che si muoveva con singolare
leggerezza, come se non fosse completamente solida. E c’era una bizzarra
eleganza nelle sue proporzioni, solo in parte umanoidi.
Camminava lentamente, un po’ curva in avanti, e questo le dava un
aspetto ancora più minaccioso. Ma quando si fermò, a qualche metro da me, e si
alzò in tutta la sua statura, mi resi conto di qual era la ragione di
quell’andatura: era talmente alta che le creste ossee sulla sua testa
sfioravano il soffitto del corridoio. Non indossava una tuta come i suoi
compagni umani; sembrava anzi non indossare quasi nulla, tranne la sua
luccicante livrea naturale color verde smeraldo. Portava stivali grigio-argento
dalla pianta molto larga, una specie di cintura e due bracciali dorati, vicino
alle articolazioni intermedie degli arti superiori. Le mani avevano sette… no,
otto dita, due delle quali sembravano opponibili alle altre. Non erano palmate,
ma forse i piedi lo erano, a giudicare dalla forma delle calzature.
La creatura aliena mi scrutò dall’alto in basso con i suoi grandi occhi dorati, poi volse lo sguardo verso i due compagni. Mi parve di udire un sibilo modulato; la bocca era socchiusa, immobile. Kleendar e Jeran risposero nella loro lingua. Dopo qualche istante si girò e tornò sui suoi passi, verso l’estremità del corridoio, lasciandomi solo una vaga sensazione di calore sul volto, come se fosse avvolta da un bozzolo di aria calda. La guardai svanire nell’oscurità, muovendosi con una sinuosa eleganza, e mi chiesi come fosse riuscita a evitare, nel buio, le teche allineate nel corridoio d’ingresso del Mufant.
. . .
Dopo quell’incontro la notte assunse le cadenze del sogno a occhi
aperti. Mi sentivo sospeso, senza ansia o paura, ma solo in parte consapevole
di ciò che mi circondava. Delle due ore successive non ricordo molto, tranne
immagini staccate e confuse. So che a un certo punto chiesi ai due visitatori
se non si poteva riavere l’illuminazione. Kleendar rimase un attimo assorta,
poi mi disse: “Prova”. Andai a premere gli interruttori del salone centrale, e
di colpo la luce familiare illuminò una scena improbabile: i due extraterrestri
che esaminavano la sfilata dei costumi di Star Wars – e sembravano farne parte
a pieno titolo. La loro fonte di luce impallidì, ma rimase accesa. La sfera
continuava a mostrare un contorno nebuloso, sfumato. Quando si spostò sopra il
manichino dello Scienziato Pazzo sembrò un elemento della messa in scena. Solo
allora notai la mia macchina fotografica: era ancora sul cavalletto in mezzo al
salone, dove l’avevo lasciata. Senza farmi notare provai ad accenderla, ma la
fedele Pentax non diede segni di vita. Me lo aspettavo, purtroppo. Non avrei
avuto immagini da mostrare al mondo – ammesso che potessi riprenderli e che mi
lasciassero le schede di memoria, naturalmente.
Kleendar e Jeran esaminarono con grande attenzione le varie sale,
talvolta rivolgendomi qualche domanda. Mi sembrarono particolarmente
interessati ai Borg della sala Star Trek e alle copertine delle storiche
riviste pulp degli anni ’30 e ‘40.
Poi si installarono nella biblioteca e cominciarono a prendere libri, a
sfogliarli rapidamente e a rimetterli al loro posto, in maniera apparentemente
casuale, anche se attingevano soprattutto alla collezione di libri inglesi e
americani appartenuta a Riccardo Valla. Di nuovo ebbi l’impressione che ciò che
vedevano fosse condiviso con dei controllori o supervisori a distanza. Li
lasciai alle loro ricerche e vagai come un sonnambulo negli altri ambienti del
museo, fermandomi di tanto in tanto per qualche minuto nella penombra della
sala video.
Durante uno dei miei giri senza meta vidi la creatura aliena china a
osservare le teche del Centro Italiano Studi Ufologici. Sembrava guardare con
aperta disapprovazione la caricatura di un individuo della sua specie che
illustrava un celebre caso degli anni ‘70. Avrei dato qualsiasi cosa per
riprendere quella scena!
Vista in piena luce, l’aliena era strana, gigantesca, ma non
mostruosa. Aveva anzi una sua bizzarra armonia di forme e di movenze. Si volse
verso di me con aria pensosa, e il suo sguardo mi ricordò, inevitabilmente,
quello di un grosso gatto. Ebbi la tentazione di rivolgerle la parola, ma era
ovvio che non potevo capire, e nemmeno udire, il suo linguaggio, e che con
tutta probabilità lei non era in grado di capire il mio. Si allontanò verso il
corridoio d’ingresso, chinandosi per oltrepassare la soglia, e da qual momento
non la vidi più.
Un po’ di tempo dopo (sul mio orologio erano quasi le sette) chiesi di
lei ai due umani, che continuavano a sfogliare un libro dopo l’altro a velocità
impressionante. Jeran mi rispose che era tornata a bordo del suo veicolo,
perché era stanca di grattare il soffitto con le creste. Kleendar aggiunse,
senza distogliere lo sguardo da un’antologia di Murray Leinster: “Ha anche
detto che i disegni nella sala grande e all’ingresso le sembrano di pessimo
gusto”.
E su questo, dopo avere visto dal vivo un’aliena rettiloide, potevo essere tranquillamente d’accordo.
Già: il loro veicolo. Dov’era? Forse era atterrato accanto al museo,
magari protetto da un campo di forza che lo rendeva invisibile?
Nella biblioteca c’era una finestra con la tapparella sollevata di
mezzo metro. Ma non volevo farmi vedere dai due visitatori. Entrai invece nella
Sala Horror, che quella notte avevo preferito evitare; ma era improbabile che
adesso l’effigie di Freddy Kruger e la parete di teste mozzate potessero farmi
impressione. Mi avvicinai a una delle finestre e scostai la carta blu notte che
la schermava, in modo da guardare fuori, verso il piazzale.
Eccolo lì. Il più classico dei dischi volanti, a forma di piatto
rovesciato, con una graziosa cupola emisferica, placidamente parcheggiato
davanti all’ingresso del museo. Occupava tutto lo spazio fra la cancellata a
sinistra e gli alberi a destra. Era atterrato con estrema precisione accanto ai
lampioni che ora lo illuminavano in pieno, perfettamente visibile dalla strada.
Ma dov’erano le volanti di polizia e carabinieri che a quell’ora avrebbero
dovuto circondare il piazzale con le loro luci lampeggianti? Dov’era la piccola
folla di spettatori con i telefonini spianati a riprendere la scena?
E perché era ancora così buio?
Mentre contemplavo quello scenario improbabile c’era qualcos’altro
nella mia mente, qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco… Un dettaglio che
avevo visto in precedenza, quando mi ero svegliato.
Il semaforo. Ecco che cos’era. Il semaforo.
Silenziosamente mi avviai verso la sala video, passando attraverso il
salone centrale. Kleendar e Jeran erano sempre nella biblioteca, intenti a
scorrere un libro dietro l’altro.
Mi affacciai alla finestra sulla strada. Il semaforo era rosso, ora. A
quanto pareva, aveva ripreso a funzionare. C’erano due auto ferme sull’altra
corsia, e una ferma davanti a me… a venti metri dalla linea di arresto. Perché
non era arrivata al semaforo? Non c’era motivo per fermarsi prima.
Rimasi a guardare, in attesa che il semaforo diventasse verde. Rimasi
a guardare a lungo, molto a lungo, prima di arrendermi all’evidenza.
Non era solo il fatto che il semaforo restasse rosso. C’era un’altra
cosa, e ci vollero alcuni minuti prima di esserne sicuro. Era una cosa tanto
sconvolgente quanto impercettibile a prima vista.
L’automobile non era ferma. Stava avanzando verso l’incrocio… alla
velocità di alcuni millimetri al secondo. In cinque o sei minuti non aveva
percorso più di due metri. Ma si era mossa da quando avevo cominciato a tenerla
d’occhio: ne ero sicuro grazie a una macchia scura sull’asfalto che la sua
ruota anteriore destra aveva raggiunto e superato.
Nonostante la vertigine che mi stava cogliendo, ero ancora capace di
fare dei calcoli approssimativi. Quella macchina stava frenando per fermarsi al
semaforo rosso: probabilmente si muoveva ancora a una decina di chilometri
orari – tre metri al secondo, più o meno. Ma, dal mio punto di vista, in un
secondo percorreva meno di un centimetro. C’era un’unica spiegazione,
incredibile ma coerente con tutto ciò che era accaduto quella notte.
Il mondo esterno, fuori dal Mufant, mi appariva rallentato di almeno
tre o quattrocento volte. Da quando avevo guardato fuori dalla finestra, al mio
risveglio, forse il semaforo non aveva ancora completato un ciclo: dal giallo
era passato al rosso, ed era ancora rosso.
Ecco perché nessuno aveva ancora segnalato il disco volante! Nel mondo
esterno era apparso da mezzo minuto, forse meno. Sempre ammesso che fosse
visibile fuori dalla bolla di tempo alterato in cui erano racchiusi il museo e
il piazzale antistante.
. . .
Quanto sarebbe durata quella notte?
Il significato di quei calcoli mi colpì all’improvviso e mi lasciò
stordito, seduto sulla poltroncina ancora accostata al tavolo coperto di
velluto nero.
Che ora era nel mondo esterno?
Non avevo modo di saperlo. Potevano essere le quattro, ma più
probabilmente era un’ora compresa fra le undici della sera prima e le tre e
mezza del mattino. Ripensai all’allarme che non suonava, al silenzio assoluto,
alla completa perdita dei contatti che aveva preceduto l’interruzione della
corrente. Forse il Mufant era stato isolato dal mondo esterno poco dopo che
Silvia e Davide erano usciti.
Quanto sarebbe durata quella
notte?
La mia mente sembrava paralizzata dallo stupore. Stentavo a fare le operazioni più semplici. Con enorme fatica calcolai che, nella migliore delle ipotesi, la notte sarebbe durata ancora… 3 per 300… 900 ore, cioè… 24 per 30 fa 720, ne restano 180… quindi… 37 giorni e mezzo!
No, era impossibile. Il disco volante non sarebbe rimasto visibile (ma era visibile?) per più di pochi minuti. Ma anche in quel caso, quella notte che ormai mi sembrava infinita per me sarebbe durata più di ventiquattro ore. I due umani avevano bisogno di mangiare e dormire? Non ne ero affatto sicuro.
Mi pareva di essermi ridestato dal sogno, ma il prezzo era l’ansia improvvisa che mi faceva tremare le mani. Avevo i brividi. Scattai in piedi, camminai in cerchio per un po’, quindi mi avviai verso la biblioteca, con la speranza di trovarla vuota. La speranza, e il timore, che fosse tutto uno strano sogno.
. . .
Non era un sogno. I due visitatori erano sempre là, tranquillamente
intenti al loro compito. Jeran scorreva i titoli dei libri, Kleendar sfogliava
accigliata un romanzo di Larry Niven.
“Quanto tempo vi serve?”
Nessuno dei due parve udire la mia domanda.
“Per quanto tempo rimarrete qui?” chiesi a voce più alta, in tono lievemente
isterico.
Kleendar sollevò la testa e mi guardò stupita.
“Quanto tempo vi serve per la vostra missione?”
Lei rimase assorta per qualche istante, poi sorrise e rispose in tono
divertito.
“Oh, il tempo non è un problema,” disse, e fece una brevissima pausa
prima di continuare con una battuta che nella mia mente ebbe un suono molto
familiare, e al tempo stesso raggelante. Non poteva essere una citazione
casuale: doveva averla letta poco prima in uno di quei libri.
“Abbiamo molto, molto tempo. Tutto il tempo del mondo.”